Si parla di cultura d'oggi, di subordinazione, di funamboli, dell'astrattismo come forma d'arte, di scacchi, di scienza e di filosofia.
Come già fatto in un'altra occasione, in Soggetti della scrittura o soggetti alla scrittura? dove mi collegavo al post di
Qualche volta mi rivolgerò direttamente a .
premessa (doverosa):
come si parla di arte in questo post
I miei studi universitari si sono conclusi con una tesi in estetica e, naturalmente, mi sembra doveroso chiarire alcuni aspetti preliminari, del senso e degli obiettivi di questo post.
Per farlo parto da alcune considerazioni sul termine "estetica", considerando che un giorno, parlando con uno scrittore e un docente di psicologia, mi sono trovato - con mia grande sorpresa - a dover definire meglio questo termine poiché secondo loro tale disciplina non aveva nulla a che fare con la scienza. Questa loro "difficoltà" a collocare l'estetica in ambito scientifico dipendeva dal fatto che la consideravano "giustamente" come disciplina filosofica. Questo non sarà l'argomento di questo mio intervento, per cui spiego velocemente la mia impostazione.
Lasciamo perdere cos'è la filosofia per ora, ma sono d'accordo nel non considerare la filosofia come disciplina scientifica;
L'estetica come studio dell'arte (lasciamo perdere l'analisi del bello in quanto tale e concentriamoci sull'arte), può essere considerata sia come disciplina filosofica che come disciplina scientifica, a collocarla in un ambito o nell'altro sarà lo stesso studioso, che dirà quale approccio ha il suo studio, se l'approccio è quello filosofico, sarà la comunità filosofica ad accoglierlo (con le sue regole, i suoi permessi e divieti), se invece l'obiettivo, l'approccio sarà scientifico allora sarà giustamente la comunità scientifica ad accoglierlo (o rifiutarlo, criticarlo) secondo le regole della scienza (epistemologia).
L'approccio scientifico ha l'obiettivo di comprendere (scientificamente) che cos'è l'arte, non di abbracciare una forma d'arte piuttosto che un'altra, ma di spiegare cos'è l'arte accogliendo tutte le forme d'arte, sia quelle che allo scienziato piacciono, sia quelle che allo scienziato non piacciono. Se non si comportasse così lo scienziato finirebbe per essere considerato dogmatico, e quindi la sua teoria rifiutata in quanto dogmatica. Ciò è l'accusa che ad esempio fa Luciano Nanni nel suo libro Contra dogmaticos a molte teorie sull'arte del Novecento che si ponevano in ambito scientifico.
Questo mio post non si pone l'obiettivo di fare un discorso scientifico, prenderò alcune considerazioni delle teorie scientifiche solo come spunti per il mio discorso. Il mio post, invece, ha l'obiettivo di fare considerazioni personali sull'arte e sulla cultura del Novecento e metterle in relazione con quello che siamo noi oggi, lo scopo è etico: vale a dire individuare percorsi, sviluppi, visioni che possono essere seguiti, determinati, abbracciati (quindi è al servizio di un modo di stare al mondo, il nostro, potrei dire il mio, ma siccome non credo al concetto di individuo solitario, separato dal mondo e compiuto in se stesso, questo "mio" si traduce immancabilmente in un "nostro").
Ora sono pronto ad allacciarmi col post di , il mio scrivere sarà immediato, non ho tempo (né possibilità) di fare ricerche bibliografiche e sviluppare un discorso più accurato. Ma anche l'immediatezza ha le sue virtù, quindi procediamo senza paura.
fa riferimento, nel suo articolo, ad un testo del 1951 di Cesare Brandi che non ho letto, quindi il mio discorso si allaccia unicamente all'interpretazione e al senso che ne da voiceoff.
forma e contenuto
Tutte le citazioni sono del post di , citato all'inizio.
Ogni epoca dell’uomo può riconoscersi in una categoria di macchine utilizzate o inventate nella stessa epoca. Fino a tutto l’Ottocento si tentava di ornare tali macchine in maniera che fossero inclini e non contrarie ai canoni estetici dell’epoca...
Come dire: una cosa è la macchina come funzione (senso del suo utilizzo), una cosa la macchina come forma (senso estetico, incline o meno ai canoni del tempo).
Soltanto all'interno di questa separazione può capitare (accadere, in molte filosofie si parla di evento) che la forma possa riuscire a mascherare la funzione:
questa volontà di orpellare la funzione, di mascherarla, di nasconderla, può sussistere solo nel caso in cui l’uomo che la utilizza abbia dei canoni estetici ai quali rivolgersi e coi quali avvolgere la macchina in questione; ma se tali canoni vengono a scadere per chissà quali motivi e non vengono sostituiti da null’altro cosa potrebbe accadere?
Non penso che ciò possa essere possibile, intendo il fatto che un canone estetico non venga sostituito da null'altro. Penso che anche se ci fosse (per assurdo) una mancanza di canone estetico, questa mancanza diventerebbe automaticamente (inevitabilmente) canone estetico.
Forse bisognerebbe slegare il concetto di forma al concetto di "bello", vale a dire di gusto (scelta) di ciò che è bello. E se la forma non fosse solo questo?
Mi viene in mente un dualismo alternativo a Forma/Contenuto, quello che in Oriente dicono Vuoto/Pieno.
Facciamo un esempio: la tazza per il té.
La funzione della tazza per il té è quella di accogliere la bevanda per poter essere bevuta.
La tazza è fatta di pieno (la parte materiale della tazza) e di vuoto (cioè la cavità della tazza in cui verrà versato il té). Il vuoto e il pieno concorrono alla funzionalità della tazza.
Ma siccome non esiste gesto umano senza funzione (non siamo in grado di pensarlo, non è che la funzione esiste come cosa di natura), dobbiamo per forza pensare che quel cuoricino disegnato sulla tazza è legato ad un'altra funzione...comunicativa? artistica? culturale? filosofica? Può essere tutto, ma sicuramente quel cuoricino non è stato fatto per rendere più funzionale il bere il tè.
Ma poi ne siamo proprio sicuri?
La cultura orientale probabilmente direbbe: c'è un modo di bere il tè per soddisfare l'esigenza fisica di bere liquidi e c'è un altro modo di bere il tè come atto culturale. E forse nel secondo modo, quello culturale, il cuoricino comincia ad avere una sua valenza (incidenza).
astrattismo come subordinazione
Se l'astrattismo viene inteso come modalità consustanziale all’esistenza della macchina (alla funzione della tazza di tè), e io mai l'ho considerato in questo modo (ciò non significa che tale visione non abbia il suo senso, la sua funzione), allora accadrà:
che la funzione si sostituirà alla bellezza, non essendovi altro a cui rivolgersi la funzione sarà ciò in cui tutti finiremo per riconoscere la bellezza; l’estetica diventa subordinata alla pratica. Tuttavia la coscienza estetica non può rimanere ancorata alla pratica; tende per natura a ricercare ciò che ha a che fare con la contemplazione, finendo per accantonare l’aspetto pratico della funzione, compiendo quindi l’astrazione di un’astrazione.
Ok, questo è un passaggio essenziale.
Posso sostituire un termine? Da difficoltà a me, non è un termine utilizzato in modo sbagliato, ma a me da un po' di difficoltà, perché mi porta su altri lidi. IL termine è quello di "bellezza". Utilizzando questo termine l'estetica diventa il senso del bello. Provo a sostituire questo termine con "cultura" (nel senso in cui sopra ho parlato dell'atto culturale del prendere il té). Oppure facciamo così: il senso del bello come approccio culturale (contemplativo) nei confronti del mondo. Ok, così va meglio (per me).
Riprendiamo il passaggio.
che la funzione si sostituirà alla bellezza, non essendovi altro a cui rivolgersi la funzione sarà ciò in cui tutti finiremo per riconoscere la bellezza
Non essendovi altro... no! Ce l'abbiamo l'altro... è proprio la funzione pratica... il nostro senso del bello come approccio culturale celebra proprio la funzione pratica, esalta tale funzione come centrale (al nostro spirito culturale). Ti è mai capitato di fare un discorso che a te convinceva tantissimo ad un amico o ad una platea e sentirti dire - dopo essere riuscito (secondo te) a dare il massimo da un punto di vista comunicativo - "ok, bello, e quindi cosa facciamo?".
l’estetica diventa subordinata alla pratica.
L'estetica, come sguardo culturale, guarda proprio la pratica (ne fa l'oggetto di contemplazione e in questo la valorizza oltre se stessa).
Tuttavia la coscienza estetica non può rimanere ancorata alla pratica; tende per natura a ricercare ciò che ha a che fare con la contemplazione, finendo per accantonare l’aspetto pratico della funzione, compiendo quindi l’astrazione di un’astrazione.
La coscienza estetica (come atto culturale) rimarrà ancorata alla pratica fino a quando un nuovo sguardo culturale cambierà la coscienza degli uomini.
Tende per natura? Qui sarei nietzschiano. Quando zarathustra parla al funambolo morente, fatto cadere da un diavolo che muove la corda sopra la quale il funambolo camminava sospeso nel vuoto:
il funambolo dice "lo sapevo che il diavolo mi avrebbe ucciso
e Zarathustra: tranquillo, non esiste il diavolo, non esiste l'inferno
funambolo - ma se non esiste il diavolo, non esiste l'inferno, né alcun dio, che senso ha avuto la mia vita?
Z - Muori in pace, hai fatto del pericolo il tuo mestiere e ora muori per il tuo mestiere, [questo è il senso della tua morte e della tua vita] (tra parentesi quadre una mia aggiunta, vado a memoria).
Allo stesso modo non esiste la coscienza estetica in natura. E l'astrazione dell'astrazione non è altro che la contemplazione (metafisica) come atto culturale.
un nuovo sguardo, una nuova arte:
bisogna sacrificare la regina?
Il motivo per lasciare questo sguardo che fa della funzione pratica il centro (e quindi l'esaltazione) dei valori della nostra società non è perché tale sguardo è sbagliato, perchè c'è qualcosa di meglio, ma perché sta morendo (è già morto) e come dice Zarathustra deve morire in pace, ci aspettano nuovi funamboli (nuovi uomini).
La nostra difficoltà (come "ultimi uomini", prima dell'oltre-uomo) consiste nel non voler lasciare morire un pezzo di noi stessi (in questo consiste la decadenza del nostro fare).
partita a scacchi
Ho commentato solo la prima parte del tuo post, non sono riuscito ad arrivare alla seconda, come una delle partite a tempo che hai fatto vedere nei tuoi video sugli scacchi. Non so se hai notato ma a me sembra che tutto il mio post abbia la forma di un commento di una partita a scacchi, ma non di quelle dei tornei che si fanno per vincere ma di quelle che si fanno per commentarle alla fine.