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Ciao Hive e Olio di Balena!
Oggi condividerò una serie di foto scattate poco più di un anno fa, quando mi sono recato nel paese di Forno in sella alla mia bici. Quella che condividerò è una serie di foto che riguardano non il paese ma un punto preciso e oggi in parziale disuso di cui avevo già parlato mesi e mesi fa in un altro post, la ex Filanda o Cotonificio di Forno.
Iniziamo questo post facendo un po' di storia, imparata durante i miei viaggi, attraverso qualche racconto di familiari che lì hanno vissuto, e da qualche ulteriore ricerca sul web. Esistono probabilmente testi documentari molto più approfonditi a livello locale, ma per questa volta accontentiamoci di una visione di insieme a grandi linee.
La Filanda di Forno non è solo un'antica sede dell'industria locale del secolo scorso, bensì un complesso di strutture con funzioni differenti, all'epoca in cui ancora i fumi derivati dalle lavorazioni uscivano dal camino che notiamo protrarsi verso il cielo.
La Filanda di Forno non è solo un'antica sede dell'industria locale: all'epoca in cui ancora i fumi derivati dalle lavorazioni uscivano dal camino che notiamo protrarsi verso il cielo, non più tardi del secolo scorso, rappresentava un complesso di strutture di varia funzione.
Prendiamo come fonte Wikipedia – anche se sottolineo quanto fonti locali possano approfondire questo breve resoconto – e scopriamo che la struttura nasce dalle idee e dal progetto di un tal Ingegner Frimi.
La sua storia si svolge a fasi alterne protraendosi per quasi un secolo, anche se l'effettiva apertura ne copre soltanto la metà. L'iniziale progetto prevedeva 3 blocchi che, spostandosi verso monte, seguivano le pendenze del terreno. Inoltre, la "filanda" era un vero e proprio complesso: al fianco della struttura depositaria del lavoro manuale, sorgevano edifici usati come alloggi e insiemi di appartamenti, utili alla manodopera.
Venne costruita tra il 1880 e il 1890 e ne fu annunciata l'apertura nel 1889. Prima della partenza funzionale del complesso a pieno regime, avvenuta nel 1891, la struttura passò di mano in mano tra diversi proprietari, approdando alla ditta Figari e Bixio di Genova. Venne costituita un'associazione specifica nota come Cotonificio Italiano, la quale venne abbandonata nel 1894 per passare al titolo che ancora oggi contraddistingue la struttura: Cotonificio Ligure.
La filanda, come dice il nome, aveva il chiaro obiettivo di filare. A questo scopo, che ovviamente comprendeva una vasta serie di servizi aggiuntivi o intermedi, venivano usati alcuni specifici macchinari, tra cui Wikipedia cita Battori, Banchi, Ritorti, Aspe, Carde, Filari, Bubiloni, Presse, Colli. Il “motore” principale della struttura era una turbina idraulica che prendeva l'acqua dalle acque del fiume Frigido, incanalate in un condotto all'uscita della sorgente dal tragitto sotterraneo. Nello specifico, sembra che fosse una turbina a sistema Girard, una J.J.Rieter.
Il sistema mirava a far funzionare un complesso da 20000 fusi di cotone attraverso l'erogazione di una energia variabile tra 270 e 750 HP, unità di misura che sta per cavallo vapore. Traducendo nell'attuale sistema di misura riconosciuto, parliamo di un range tra 200 000 e 550 000 Watt. Nella seconda metà degli anni '20 subentrò una Pelton, che arrivava fino a 1500 HP (ovvero ben oltre 1 000 000 di Watt). Attraverso alberi maggiori e minori e un sistema di cinghie, la potenza veniva trasmessa ai vari macchinari. A coadiuvare, un sistema di caldaie a carbone, modificate poi in elettriche e infine Diesel.
La lavorazione del cotone avveniva in fasi diverse il cui ordine cronologico seguiva la successione spaziale degli ambienti nel quale avveniva: spostandoci dalla parte posteriore alla parte anteriore, prima le balle arrivavano al magazzino, poi venivano districate e rimescolate nella Mischia, punto da cui usciva la fibra di cotone.
Quindi, nei Battitori, la fibra formata da 3 fili veniva districata ottenendo fili singoli; i fili venivano preparati alla filatura nella parte centrale, attraverso Carde, stiratori e banchi grossi, medi e fini; la filatura avveniva grazie ai fusi situati al primo piano della parte centrale della struttura, da dove poi le matasse venivano portate al primo piano interrato per la preparazione alla spedizione.
Le norme erano molto severe per i canoni attuali, ma la conta dei lavoratori ha una notevole inclinazione in favore del gentilsesso: la proporzione tra uomini e donne propendeva nettamente verso le donne; non solo: il rapporto più alto tra uomini e donne nei diversi anni arrivò a 1 uomo ogni 2 donne impiegate; il rapporto scendeva notevolmente negli altri conteggi, sfiorando in più occasioni e almeno una volta superandolo, il rapporto 1:6.
La popolazione del paese di Forno raddoppiò nei primi dieci anni dall'apertura dell'Opificio che purtroppo affrontò il primo momento duro rappresentato dalla Prima Guerra Mondiale superandolo con successo, ma che vide una seconda e molto più dolorosa ondata allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, che il paese locale, assieme a molti altri paesi del circondario Apuano, Lunigianese e Versiliese - ma che possiamo allargare fino agli Appenini Liguri, Toscani ed Emiliani – visse da protagonista nella resistenza agli aggressori.
Nel 1442, il Cotonificio venne ufficialmente chiuso e utilizzato dalla Regia Marina come deposito, prima di essere saccheggiato nel periodo bellico ed essere irrimediabilmente compromesso a seguito di bombe incendiare che fecero crollare le parti in legno. Parte dei macchinari vennero smantellati al termine della guerra, altri rimasero intatti. Un esempio è la turbina, che venne rimessa in funzione per vendere energia elettrica a società terze, un'attività che durò fino al 1970 circa.
Tutto venne poi abbandonato, per divenire nel 1983 proprietà del Comune di Massa. Oggi è una struttura aperta su prenotazione come museo di architettura industriale, ma solo per la parte anteriore. La parte posteriore, in realtà, è stata lasciata in disuso e, purtroppo o per fortuna, oggi risulta quasi completamente invasa da piante rampicanti.
Di seguito e poco sopra potete vedere alcune foto che ho scattato e che danno bene l'idea delle condizioni in cui versa la parte andata distrutta dopo l'aggressione bellica.
Dell'opificio faceva anche parte una canna fumaria particolarmente voluminosa che ho ritratto dal basso. Nonostante non sia ben visibile dalla facciata anteriore della filanda, svetta non appena si segue la strada tornando verso Forno o procedendo in direzione Canal Secco.
E così vi lascio, marchiando questa nuova avventura #picsonbike. Vi saluto e vi aspetto in un prossimo – forse non troppo vicino – post.
Risorse:
- https://it.wikipedia.org/wiki/Filanda_di_Forno_(Massa)
- http://www.escursioniapuane.com/PaesiApuani/SchedaFilanda.html
- Angela Maria Fruzzetti, “Le donne della memoria - La memoria delle donne”
- Massimo Michelucci, Note storiche sulla Filanda di Forno, Massa, Ceccotti, 1992.