Erano chiamati da tutti i ragni della fine del mondo perché chi sopravviveva al loro morso molte volte aveva forti dolori e allucinazioni molto intense che lo portavano a credere di essere sopravvissuto a una catastrofe nucleare. Le ragnatele erano fitte, palpabili e da tratti sembravano veramente così fitte da dare l’idea di essere come di plastica bianca al tocco. Aspettavano gli umani e si divertivano a torturare e spaventare, ma non sempre uccidevano.
Alla fine della lunga discesa potevamo trovare un varco, un’apertura, e l’uscita era apparsa a noi luminosa perché eravamo stati per lungo, lungo tempo al buio. Usciti da quel canale di scolo, da quell’intricato dedalo eravamo esausti ma non eravamo riusciti a fermare la nostra corsa in tempo, perché l’inizio delle trincee era anch’esso in pendenza e così eravamo pieni di ragnatele in men che non si dica.
Quando eravamo riusciti a fermare la corsa eravamo pieni di ragnatele ed io in particolare sembravo trovare la cosa veramente pericolosa e ripugnante. Il mio compagno di viaggio cercava di aiutarmi a liberarmi da quest’ultima mostruosità, cercando di pazientare se io saltavo in aria dal disgusto ad ogni tocco.
Dopo esserci ripuliti decidemmo di seguire le trincee sperando di uscire finalmente da quell’inferno e di scappare per sempre a Dannazione e Vendetta, senza mai più rivederli. Dopo un po’ che avanzavamo i ragni iniziarono ad attaccarci prima in modo subdolo uno dopo l’altro, poi intere colonie di ragni si coalizzavano contro di noi. Il mio compagno, che avevo chiamato Sepani, era molto tenace e stava davanti a me proteggendomi il più possibile contro i ragni. Io ero per lui Alku perché non riusciva a pronunciare il mio nome Alessandra. Trovavo il mio soprannome molto dolce anche se non avevo avuto molto tempo per riflettere su come mi sentivo nei suoi confronti. Forse mi fidavo di lui, gli avevo salvato la vita e lui fortunatamente era riconoscente e si impegnava a difendermi quando ero spaventata. I ragni dopo questi massicci attacchi sembravano lentamente ritirarsi per poi appendersi al contrario come per elaborare nelle loro menti i morsi che ci avevano dato.
Sembravano diventare più grandi ed alcuni raggiungevano le dimensioni di monete o di limoni, stavano forse elaborando nuovo veleno ed è per questo che noi stavamo accelerando il passo cercando di evitare di essere attaccati ancora.
Appena usciti dalle lunghe trincee avevamo cercato di lavarci in una fonte perché i morsi stavano dando i primi sintomi e tremavamo e non ci sentivamo bene.
Avevamo comprato da un passante degli unguenti che potevano aiutarci e li dovevamo provare subito, eravamo abbastanza disperati e i morsi erano tanti, nonostante Sepani avessi una buona corazza ogni millimetro libero era stato colpito.
Ci era venuto di mente di lavare tutti gli indumenti e provavamo ad accamparci in un posto più sicuro, lui era di costituzione più robusta di me ed era stato meno colpito dai sintomi per cui avrebbe dovuto cura di me quando il mio tremito era diventato più costante e straparlavo a causa della febbre.
Mi sentivo debole, avevo strane allucinazioni, la realtà diventava sempre più flebile e si mescolava a incubi e deliri peggiori di quelli che avevo passato, chiedevo a tutti quelli che mi apparivano in sogno di uccidermi perché non volevo andare avanti a vedere tutte quelle sofferenze, tutto quel dolore.
Sepani pazientemente continuava a preparare il cibo per me e a tergermi il viso per farmi sentire del sollievo. Dopo i primi tre giorni, che erano stati lunghissimi e terribili, iniziavo a sentirmi vagamente più forte.
Iniziai a sorridere ed a parlare anche se ero ancora debole, e stavo già provando a lavarmi e ad aggiungere l'unguento che avevamo comprato che aiutava a guarire le pustole e le ferite provocate dal morso dei ragni.
Dopo una decina di giorni mi sentivo meglio e potevo contare su Sepani che era andato a cacciare e così potevamo mangiare ottima carne di capriolo, bacche e vegetali. Stavo veramente riprendendo le forze e quello era uno dei momenti più felici che trascorremmo insieme.
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