Santi, |
|---|
Che in Italia la disoccupazione costituisca un serio problema economico e sociale è ormai storia nota. Un mix di problemi di mercato, scelte politiche sbagliate e diseducazione hanno portato il paese a dover sostenere uno dei tassi più elevati di disoccupazione giovanile del mondo occidentale.
L’indagine Eurostat riferita al 2016, però, ha evidenziato una caratteristica fino ad oggi non indagata: i disoccupati italiani tra i 20 e i 34 anni non vogliono cambiare città o paese per migliorare la propria condizione professionale.
Sono cinque i paesi europei in cui la percentuale è più elevata di quella italiana (tra il 60 e il 70% a seconda delle aree): Polonia, Malta, Olanda, Cipro, Romania e Danimarca.
Il 98% dei giovani lavoratori ha cercato e trovato un impiego nella propria città di origine: un dato più elevato della media europea, attestata attorno all’88/90%.
Tutti gli altri stanno progressivamente rifiutando la mobilità.
Sei disoccupati su dieci preferiscono vivere alle spalle delle famiglie piuttosto che lasciare il nido.
Nel resto dell’Europa è circa il 50% la quota di giovani che preferirebbe rimanere nella propria città. I giovani più coraggiosi sembrano essere finlandesi, spagnoli e svedesi.
Invece, nel Belpaese, solo il 21% è disposto a cambiare città pur rimanendo in Italia, il 12% andrebbe anche in una città europea, il 17% potrebbe considerare di vivere anche fuori dall’UE.
Insomma il quadro attuale è questo:
• Il 2% dei giovani ha cambiato stato per lavoro
• L’1% ha cambiato solo città, ma è rimasto a vivere in Italia
• Il 98% non si è mai spostato
Alla faccia del popolo di navigatori del detto!
Stabilità, prospettive a lungo termine, immobilismo. Sembra essere questa la visione dei giovani italiani.
Visione che sembra più uscire da un prospetto anni ’60, che dal III millennio della globalizzazione e della mobilità.
Cos’è successo, perché abbiamo educato i ragazzi al giardino anziché al mondo?
Qualcuno potrebbe semplificare la situazione imputando la colpa ai contratti a termine, alle basse retribuzioni, ai lavori stagionali che non permettono di creare progetti di ampio respiro.
Ma anche negli anni ’90, quando la crisi non era nemmeno un miraggio, più del 60% degli uomini over 35 viveva con mamma e papà.
La spiegazione del lavoro non sembra essere dunque sufficiente.
Proviamo ad analizzare il fattore educativo.
La Danimarca “caccia” i propri figli di casa attorno ai 16/18 anni. Non è un processo violento o imposto dall’alto: semplicemente, finite le scuole superiori, i ragazzi iniziano a sperimentare la vita in autonomia. Si stima che sia circa il 2% dei giovani a vivere ancora con i genitori.
In Italia invece, a prescindere dall’impiego, il 52% delle ragazze e il 64% dei ragazzi vive a casa con i genitori, anche se già lavora.
Forse bisogna indagare più approfonditamente della spicciola risposta: “Eh, il lavoro…”, forse bisogna leggere più criticamente la costruzione dei rapporti familiari.
L’Italia è un paese di mammoni. Non lo dico io, ma la dura, fredda statistica. Tra sessismo e mos maiorum, la donna è tale solo quando diventa madre: insomma, nei secoli si è creato un paese “mammocentrico”.
Il patrio (o matrio) ostello di leopardiana memoria sembra il riflesso di quella considerazione così preminente della figura materna in famiglia.
Insomma: se manca la mamma, il mondo potrebbe crollare da un momento all’altro.
Quanti ne ho sentiti, di figli maschi dire: “Aspetto a fare il bucato perché non so accendere la lavatrice, quando torna mia madre ci pensa lei”.
Trattati come imperatori di tre anni anche superati i trenta, non esiste sforzo sulle spalle di chi vive con i genitori: dalle bollette alle pulizie, dalla spesa alla cucina, tutto grava su qualcun altro, sull’incrocio perfetto tra la nutrice e la colf che mammà rappresenta.
Insomma, le famiglie italiane sembrano, di media, un coacervo di due considerazioni sbagliate alla radice:
• I figli non saranno mai abbastanza bravi, svegli, intelligenti, pronti, sicuri di sé per spiccare il volo, prendere delle scelte autonome, portare a termine dei compiti precisi
• I genitori non saranno mai pronti per tornare ad essere soli, convinti come sono che solo nella presenza dei figli si trovi la gioia della maturità
La relazione tanto stretta (solo la Slovacchia ci batte) tra genitori e figli in Italia ha inficiato tutti gli aspetti della vita quotidiana: il lavoro non c’è anche perché non si vuole andare a cercarlo, la fidanzata non arriva perché siamo onesti, chi è che si fidanzerebbe volentieri con un trentacinquenne che si fa lavare i calzini dalla mamma?, gli amici ormai hanno preso il largo e noi… a guardare il telegiornale a tavola con papà che commenta e mamma che annuisce.
Eh… Santi, poeti e pantofolai.
A PRESTO.
Immagine di Copertina: CCO Creative Commons - Pixabay
N.b.: L'impaginazione di questo post, almeno nella parte iniziale prende spunto dallo stile del maestro @Alexzicky al quale porgo un rispettoso saluto.