Avete presente quando aspettate qualcosa da tanto tempo, avete combattuto per ottenerla e poi arriva il verdetto e rimanete tramortiti nel sentirlo?
Ecco io mi sono sentita esattamente così ieri.
Parlo del lavoro che, metaforicamente parlando, ha assunto la consistenza del mercurio, impossibile da afferrare.
Siamo arrivati ad un punto in cui il giusto e il normale sono concepiti come qualcosa di assurdo, lasciando il posto a meccanismi che trovo a tratti inquietanti.
Appena accenno un tentativo di lamentela di solito vengo bloccata con la solita frase:
Non ti lamentare che di questi tempi devi ringraziare Dio perché hai un posto.
Per carità rendo grazie a chiunque ma questo non significa che devo infilarmi un cilicio e soffrire in silenzio e, anche se sono grata, mi sento tante volte frustrata e insoddisfatta.
Sono stata assunta due anni fa (quando ho firmato il contratto mi sembrava di avere accesso al mio personale Santo Graal) come segretaria in un’azienda per sei ore nella carta, in realtà ne erano state concordate otto. Si perché adesso ci si mette d’accordo su come sistemarla al meglio la situazione per il datore di lavoro e tu devi accettare perché altrimenti l’alternativa quale sarebbe?
Avevo le mani legate, consapevole di essere senza esperienza e ho accettato, confidando nella possibilità che le cose potessero cambiare con il tempo.
E’ un lavoro dove non esistono permessi e non so nemmeno cosa sia nella pratica chiedere le ferie, so solo il significato puramente astratto. Rimango tante volte fino a sera inoltrata (straordinari? No, grazie), ponti e feste patronali neanche a parlarne. Vado dalla commercialista o alle poste per fare delle commissioni durante la mia pausa pranzo o dopo aver staccato la sera (non negli orari di lavoro, che scherziamo?).
Sono venuta a lavorare con l’otite che, con mia somma gioia, è durata dieci giorni, con la febbre, e con tutti i malesseri possibili. Tutto questo senza mai una lamentela. Mi sono presa la croce e adagiata sulle spalle perché so che significa stare senza lavorare o essere sottopagati ancora di più, sono stata sei mesi in un bar dove venivo pagata una miseria, con orari assurdi e ritmi incalzanti.
Quindi si, lo so.
Non significa però che siccome esiste il peggio, debba sempre farmi scivolare addosso tutto quello che non trovo giusto o che mi mortifica.
Da un anno ho iniziato a reclamare un aumento di ore o, in alternativa, un po’ più di tempo libero (anche per scalare quelle ore in più che ho accumulato). La seconda opzione non è stata neanche presa in considerazione, mentre per la prima sono stata lasciata in sospeso con un “ci penserò”.
E’ passato un anno dalla mia richiesta (tono greve di Rose di Titanic quando inizia a raccontare la sua storia con “Sono passati 84 anni”) e dopo tante peripezie e mutamenti, attese a non finire finalmente ieri sera è arrivato il verdetto.
Niente otto ore, sette manco per il cavolo, lasciamo a sei ore con un contentino vicino, una piccola aggiunta per sciacquarsi la coscienza. Il mio cervello si è spento ed è andato su off dopo aver sentito la sentenza finale perché un velo di delusione mi aveva letteralmente avviluppata. Ricordo a malapena le parole che ne sono seguite: costo del personale, vorrei ma non posso, forse un giorno, chissà.
Dopo un’ora e mezza, me ne sono andata apparentemente like a boss ma dentro di me mi sentivo like a stronz per l’ennesima fregatura, francamente speravo almeno in quel 7 che tanto viene decantato come numero magico. Invece niente.
Siccome devo essere grata e ho il lavoro nel DNA perché a casa mia se non hai un impiego non vali una cippa, ho cercato di mascherare l’immensa delusione in cui affogavo, ho annaspato per rimanere a galla e cercare di stampare un sorriso tirato.
Mi sono addormentata con un senso di amaro in bocca che non mi ha abbandonato neanche questa mattina, mi sento sconfitta.
Concludo con il sottolineare che so di essere fortunata e so quanto il lavoro copra un ruolo fondamentale nella vita di ognuno e che sto bene rispetto a tanti altri ma a volte non basta, il senso di impotenza e di ingiustizia hanno anche un valore e ho l’assoluta consapevolezza che questi meccanismi sono sbagliati.
Non voglio sperarci più, piuttosto accetto e guardo oltre, cercando di apprezzare al 100% quello che ho, non guardando quello che manca e di mettere a tacere la voce dentro di me che mi dice quanto tutto questo sia profondamente ingiusto.