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Ho spesso sentito parlare di sincerità, ero io stesso un adepto della religione della sincerità, del diciamoci la verità, del dico quello che penso.
Un giorno, un'amica mi disse: "Con questa scusa della sincerità la gente pensa di poter dire qualunque cattiveria".
Quella frase covò dentro di me e cominciai a rimuginarci sopra.
Parto quindi dall'inizio, da dove comincia, secondo me, il primo problema.
Nel nostro cervello "girano" un'infinità di pensieri, a vari livelli di coscienza, normalmente devono passare una serie piuttosto importante di criteri di consenso, prima di arrivare ad essere formulati come "quello che penso".
Questi pensieri che vagano nella nostra mente sono molteplici, contraddittori e spesso molti non li condividiamo.
Passandoli attraverso i nostri filtri razionali, emotivi, etici, estetici, morali, etc. la maggior parte viene eliminata, non riescono a superare uno di questi setacci e non arrivano al livello di "nostra idea".
In particolari condizioni, nel mezzo di un litigio, sotto stress, quando veniamo minacciati, quando ci sentiamo in pericolo, tendiamo a non filtrare usando tutti i nostri setacci, i nostri pensieri profondi tendono ad uscire attraverso scorciatoie comunicative che ci fanno "dire cose che non pensiamo".
In altri termini, esprimiamo pensieri che, con la dovuta calma e razionalità non avremmo espresso, in soldoni, non sono nostri pensieri, perché, semplicemente, non li condividiamo.
Questa è un'esperienza che abbiamo tutti, chi più chi meno, nella vita ci è capitato di chiederci: "Ma cosa ho detto?".
Quando diventiamo adepti della religione della sincerità spesso tendiamo a scambiare per sincerità la mera esposizione di "quello che ci passa per la testa" senza filtri, senza il vaglio del nostro sistema consolidato di scrematura, salvo poi, ripensandoci, renderci conto che quello che abbiamo detto non era esattamente quello che pensavamo e/o non era esposto nel modo più opportuno per essere compreso correttamente dai destinatari della nostra sincerità.
Per questo, come diceva la nonna, prima di parlare occorre contare sempre fino a 10, piuttosto, nel dubbio, fino a 20.
Per questo si dice, ci ho riflettuto sopra, indicando quel processo, non immediato, che passa tra un flusso di pensieri e il parto, spesso difficile, di un pensiero che rispecchia quello che veramente è conforme con quello che io sono e a quello che è il mio sistema di pensiero.
Vi è poi un altro problema, a mio avviso, il travisamento tra l'esposizione sincera della propria visione delle cose e la verità.
Anche quando si è contato fino a 1000, si sono verificate a fondo le compatibilità tra il proprio pensiero e il nostro sistema di vaglio della sua validità, resta il fatto che bisogna sempre tenere bene a mente che quella che si sta esponendo è la propria sincera e spassionata visuale sulla realtà.
La realtà, la verità, come entità astratte tutto sommato non esistono, esistono le sfaccettature che ognuno vede, dal proprio punto di vista di una certa questione, situazione, fatto.
Tutti noi tendiamo a scambiare la nostra opinione, che per quanto sincera possa essere, non è certamente la realtà o la verità, con una visione incontrovertibile; due versioni antitetiche dello stesso fatto possono tranquillamente coesistere nel nostro universo e lo possono fare persino nelle opinioni di una singola persona, figuriamoci in quella di una molteplicità di persone.
La sincerità è soggettiva, se io ho vagliato tutti i miei pensieri su qualche argomento, ho selezionato quello con cui sono più in accordo e lo esprimo nel modo migliore per far sì che venga compreso, ho fatto il massimo che io possa fare, quindi sono soggettivamente sincero.
Ma non sono oggettivamente sincero né potrò mai esserlo, per quanti sforzi io possa fare non esiste una persona oggettivamente sincera se non nel senso che tende ad essere sempre soggettivamente sincera, cioè intellettualmente onesta.
Da ultimo credo ci sia un altro modo per "scatenare l'inferno" che c'è dentro ognuno di noi, perché credetemi, c'è in ognuno di noi.
Lo definirei: dare un'occasione alla bestia.
Sotto lo strato di convenzioni, etica, razionalità, etc. cova, dentro ognuno di noi la bestia con i suoi pensieri assurdi, cattivi, pensieri magari di odio, di cattiveria gratuita, di irrazionalità, di cupio dissolvi.
Offrirle occasioni per sfogarsi può essere, a volte, catartico: un carnevale.
Può essere però anche molto pericoloso: quando si apre la gabbia ed esce la belva, non è così facile poi farla rientrare e, soprattutto, potrebbe fare danni notevoli e irreversibili nel mentre scorrazza liberamente.
Mi piace citare un racconto molto bello che parla proprio di questo: "Il falso autostop" di Milan Kundera.
Se vi interessa lo potete trovare, se non ricordo male, nella raccolta di racconti "Amori ridicoli".
Nel racconto due fidanzati decidono, per gioco, di far finta di non conoscersi, lei chiederà l'autostop e lui la farà salire in macchina, fingendosi entrambi sconosciuti.
All'inizio il gioco è divertente, finché non degenera; entrambi sostanzialmente perdono il controllo sulla propria identità e finiscono col detestarsi, con l'essere disgustati dall'altro.
Perché succede questo?
Perché la nostra identità è fatta da una stratificazioni di pensieri, di azioni, da un modo di essere, di parlare, di comportarsi.
Appena però, per gioco o sul serio, usciamo da questo schema che ci siamo costruiti col tempo, che ci permette appunto di filtrare nel mare dei nostri pensieri, cosa deve affiorare e cosa no, usciamo da noi stessi verso una terra sconosciuta e pericolosa, dove non sappiamo più chi siamo, cosa veramente pensiamo e cosa no.
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Attenzione, quindi, a questi che possono sembrare giochetti innocenti, perché non lo sono affatto.
Quando la si lascia uscire, la bestia che c'è in noi si eccita perché è finalmente libera e farla rientrare nei ranghi non sempre è cosa facile e indolore.
Pensare prima di parlare e anche prima di agire è un favore che facciamo prima di tutto a noi stessi e poi anche a tutte le persone che ci circondano, è uno sforzo, ovviamente, ma è quello che, in definitiva estrinseca il concetto di civiltà e ci definisce come persona civile.