Un ricordo dei tempi di guerra. Un breve episodio.
I suoi racconti, le poesie, il vocabolario dei termini dialettali, i disegni, le foto,… li sto raccogliendo per farne una pubblicazione. Perché i suoi ricordi, sono la nostra storia. La nostra memoria.
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Sardegna. Fine estate.
Il turismo è scemato, le spiagge sono quasi vuote. E nei locali la ressa vociante ha lasciato il posto al silenzio e ad un servizio più accorto e garbato.
Abbiamo appena trascorso una piacevolissima serata in uno splendido agriturismo.
Un oggetto esposto come cimelio nel giardino, mi ha emozionato e mi ha riportato indietro nel tempo, quando gli invasori tedeschi si stavano ritirando. Un fusto per il carburante, proprio come quelli che recuperammo nel nostro paese, dopo che gli invasori se ne erano andati.
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Sotto le rocce del monte Arunzo, in località Santo Pietro, c’era il deposito delle munizioni e dei carburanti, che servivano per il rifornimento delle guarnigioni che erano d’istanza a Montecassino. Quando i tedeschi si ritirarono, rimasero sul posto un enorme numero di fusti di benzina vuoti. Erano di lamiera zincata e spessa, rinforzati da due robusti cerchi in ferro.
Tutti gli abitanti di Petrella si affrettarono ad accaparrarseli. Sarebbero stati utilissimi per numerosissimi usi.
Anche da casa mia accorremmo. Io, mio padre e le mie due sorelle maggiori.
In quel terreno sotto strada, proprio davanti la fonte di Santo Pietro, di fusti ce ne erano tantissimi. Ricordo che alcuni erano trapassati da proiettili. Certamente erano la conseguenza dell’avvenimento di una di quelle notti che precedettero la ritirata.
Io non ne ho ricordo, perché dormivo il sonno degli innocenti. Ma la vissero le mie sorelle e mia madre. Raccontavano che la valle era completamente illuminata dai bengala. Gli aerei alleati volavano a bassa quota e il rumore delle armi da fuoco si mescolava al rombo degli aerei.
Le mie sorelle urlavano terrorizzate. Erano convinte che fosse giunta la fine del mondo. Così come l’avevano appresa dagli insegnamenti religiosi di allora… “Fiamme di fuoco scenderanno dal cielo…la valle di Giosafat…”
”Mamma aiuto, mamma corri, vieni, vieni a morire qui insieme a noi!…”
Mio padre scelse e mise da parte cinque o sei di quei fusti. Ognuno di noi ne prese uno e lo fece rotolare a spinta verso il paese. E anche io portai il mio, nonostante avessi solo poco più di sei anni! Ma a quell’età, in quei tempi, …si era quasi adulti…
Proseguivamo come in processione.
Qualcuno, giovane e robusto, se ne spingeva avanti due. Chi aveva il carretto se ne caricava direttamente cinque o sei.
Sembravamo tante formiche che spingevano avanti i lori chicchi di grano. E proprio per conservare il grano, molti di quei fusti vennero poi utilizzati. Altri come cassoni dell’acqua o come tinozze per il bucato…
Quell’anno Alfredo, il fabbro ferraio, si ritrovò un sacco di lavoro da svolgere: togliere i cerchi dai fusti, aprire i fusti con martello e scalpello per farne uno grande o due più piccoli e munirli, eventualmente, di manici…
Di recipienti ce ne era gran bisogno. Non era stata ancora scoperta la plastica e questi in lamiera zincata erano veramente utili e resistenti.
I cerchi, robusti e pesanti, venivano riciclati per realizzare qualche inferriata o come travetti in qualche opera muraria.
Noi ragazzi ci giocavamo, facendoli rotolare per le strade.
Altri giocattoli non ne avevamo.
I racconti precedenti:
I miei primi sci
Polenta e panuntella. Due pietanze, due ceti
Il nostro Natale
Primo amore, prima bugia…
Due cari compagni di giochi
Uno scippo d’altri tempi
Serate di vita intorno al camino
In ricordo di due bravi ragazzi
Presepe vivente
Il racconto e la foto di Gerardo sono pubblicati con il consenso della moglie. Le altre foto sono tratte dal web e sono libere da Copyright.