Sono seduta e non sento nulla.
Guardo oltre la fila dei platani, ma non ci sono persone, solo piccoli fiori di glicine.
Passa un poliziotto e mi osserva. Un automatismo: mi aggiusto gli occhiali sul naso e lo vedo meglio, ne distinguo i contorni sotto il filtro della polvere azzurra di quell'esplosione che mi ronza nelle orecchie.
Continuo a non sentire nulla. Mi sta parlando?
Dico sì, faccio sì con la testa e allargo le braccia in segno di resa.
Si avvicina. Mi posa una mano sulla spalla e mi spinge con delicatezza verso qualcosa. E non sento ancora nulla.
Ma vedo, vedo della carta che si solleva seguendo il respiro del vento. E piccole cose sparse: fiori rossi e monete, e un fango liquido e torbido.
Le luci ci sono, le vedo che girano in un vortice blu. Ci sono le macchine e ambulanze arancioni.
Sento freddo, ma c'è il sole e credo che sia estate. Ma sento freddo, un freddo profondo e senza limiti, definitivo, aggressivo.
Mi tocco i capelli e sono duri come le mascelle di una scopa vecchia.
Dove sono accidenti? Non riconosco nulla, solo quei platani in fila e la gente che si muove in fretta e quelle luci, tante luci e la carta che vola, sale e poi sfiora la strada in silenzio come seguendo una musica.
Ritorno di nuovo indietro con il pensiero, lo spingo faticosamente per riprendere le redini della mia dignità corrotta da quell'assoluto silenzio. Come fa paura il silenzio! Che ho fatto, o che mi hanno fatto?
Guardo le mie unghie e non vedo nulla di utile, non un segno nè un colore. Liscio e compatto come non fosse successo nulla. Ma è successo qualcosa. Che cosa è successo?
E vedo i miei piedi nudi. E sporchi. Perchè non ho le scarpe? Guardo ancora intorno. C'è il poliziotto che mi ha portato dentro un piccolo camion e una persona mi viene vicino. E' una donna che non conosco. E non sento nulla.
Mi tocca la testa e le spalle e mi spinge delicatamente costringendomi a scivolare giù giù e poi sono sdraiata e lei mi sovrasta con le mani e mi mette qualcosa su un braccio. Mi sta misurando il braccio. Mi sta controllando. E' una dottoressa?
Il poliziotto si avvicina sembra molto arabbiato, ma non si rivolge mai a me, parla con lei. Io guardo fuori. Ora c'è gente e sembra buio, sembra tutto nero.
Forse sono morta e questo è quello che c'è dopo. Una strana vita deformata dallo specchio di un luna park. E qualche potere del male si è impossessato della scena. E io non sento nulla. E questa è la mia condanna.
Ora sono vicini a me tutti e due. Il poliziotto e la dottoressa. Mi guardano e mi parlano, io non li sento. Provo a dire che non li sento, dico qualcosa, ma non sento che cosa dico.
Si avvicinano. Si avvicinano fino a sfiorarmi la faccia. Si piegano su di me, sono sempre più vicini, i loro occhi sono enormi e pieni di piccole vene viola. Ho freddo, ho paura e non sento nulla.
Allargo le braccia e circondo i loro colli in un unico gesto, come per chiedere aiuto; ma invece comincio a stringere come se volessi strangolarli.
E mentre li stringo un suono leggero e sottile getta una goccia di luce nel mio cervello vuoto e incrina il silenzio proprio sul ciglio della pazzia.
E io stringo, stringo finchè le loro teste smettono di resistere e i loro occhi viola non cessano di guardarmi.
E solo allora una musica dolce di ambulanze impazzite mi arriva alle orecchie. E sono felice.
Poi mi sveglio.
Non ho ucciso nessuno, sono nel mio letto un po' accaldata dal panico di un sogno strano. E mi guardo le mani e poi i piedi. Riprendo il controllo del mio respiro. Mi sdraio lentamente e abbraccio il mio cuscino per ricucire il sonno strappato dall'inquietudine. Chiudo gli occhi, aspetto, ascolto, respiro piano.
Mentre sto scivolando lungo il dolcissimo pendio del sonno, rivedo quegli occhi pieni di vene viola allargarsi come un lago dopo il tramonto.
E non so perchè, forse in un inconfessabile delirio di onnipotenza, sorrido.
le immagini sono mie e il sogno è solo un sogno!