domenica 14 ottobre 2018
La mattinata era trascorsa molto rapidamente e dopo essere tornati dalla messa, insieme a Paola, mia moglie, ho iniziato ad apparecchiare la tavola: mentre lei finiva di cuocere il riso con radicchio e gorgonzola, il cui profumo si percepiva nell'intera casa, terminavo l'apparecchiatura. Saremmo stati 6 a pranzo quella domenica.
Come sempre d'altrone: oltre a me e la mia consorte anche nostra figlia Giulia insieme a suo marito ed i miei nipoti, Carlos e Ilaria.
Attendevo con ansia, come ogni fine settimana quell'evento: anche da bambino, quando andavamo nella nostra casa in campagna, il pranzo della domenica era sacro; mi ricordo che arrivavano gli zii di Paganico con i loro regali, mio babbo e mia mamma andavano sempre nel bosco a cercare funghi o frutta selvatica e mia nonna preparava la pasta fatta in casa. Era festa quando ci riunivamo tutti assieme intorno alla tavola e nella baraonda del pranzo ci incontravamo nuovamente dopo una settimana di lontananza. Ero un bimbo gioioso a tavola con i miei parenti!
Mi divertivo a guardare le loro faccie felici ed ascoltare i loro discorsi da grandi: mi sembrava narrassero di imprese eroiche e storie "da grandi" così spesso mi trovavo allibito di fronte ai loro racconti di una settimana qualunque.
DRINNNNN
Suonano al campanello.
Vado ad aprire alla porta.
"Eccovi, ben arrivati!"
Saluto il gruppetto dei miei ospiti. Mia figlia ha in braccio la piccola Ilaria, che come al solito, povera bimba, sta strillando al massimo delle sue potenzialità.
"Ciao babbo! Come stai? Guarda!" mi dice Giulia porgendomi una busta di carta "Questo è il Pancosanti. Portalo dalla mamma."
"Buongiorno Signor Lucci. Dove è sua moglie che la vado a salutare? mi chiede Loris, il marito di mia figlia.
"Dovrebbe essere ai fornelli...ma è quasi pronto!" gli rispondo, indicando verso la cucina, mentre tra le nostre gambe si divincola Carlos che come un proiettile impazzito inizia a girare per la casa.
"Venite, venite...è pronto!" urla a gran voce Paola dalla sala da pranzo.
Vado a sciaquarmi le mani e poi diretto a tavola: non vorrei mai che il riso si freddi e soprattutto far attendere i miei commensali.
"Servi tu il riso? Io vado a spengere il forno." mi chiede mia moglie e così inizio a porzionare nei piatti il primo.
Mentre faccio questo, porgo alcune domande anche a Giulia e suo marito:
"Come è andata questa settimana?"
Al contrario di quanto mi sarei aspettato non ricevo alcuna risposta, così continuo a distribuire il riso. Noto come Loris, che siede all'estremo opposto della tavola rispetto a me, stia "manipolando" due cellulari contemporaneamente. In realtà intuisco che con uno, quello nella sua mano destra, stia scrivendo qualcosa, mentre con l'altro, che in seguito si porta all'orecchio, stia rispondendo ad una telefonata.
"Carissimo Matteo..." esodisce Loris alla chiamata, mentre pone l'altro telefono di fronte alla piccola Ilaria, la quale ancora tormentata da un irrefrenabile pianto è soggetto delle cure di mia figlia. Il telefono le viene posto ad una distanza limitata dalla faccia, proprio tra il piattino ed il bordo della tavola.
Porgo un po' di riso anche a Carlos "Dai nonno! Lo sai che non mi piace il riso! Poi senti come puzza!" mi dice e dopo inizia con la forchetta a giocherellare con i chicchi di riso e dopo in modo quasi irrefrenabile a colpire il piatto con entrambe le posate, creando un rumore veramente fastidioso nella sala.
La confusione domina e in uno stato quasi di paralisi resto quasi immobile.
"Saverio!!! Ma ci sei? Che ti sei imbambolato?" mi dice mia moglie, tornando dalla cucina.
In realtà penso di aver dato proprio l'idea di essermi bloccato. Inizio a mangiare il riso, ma il caos attorno a me non si placa. Il riso a dire la verità non è neppure poi così buono e forse Carlos, nella sua ingenuità infantile, tutti i torti non ce li aveva.
Paola si alza ripetutamente per andare a controllare il coniglio in forno in cucina. Senza di lei mi sento quasi solo.
La compagnia degli altri è quasi nulla: mia figlia attenta a non perdersi neppure una parola del telegiornale sembra quasi isolata dal nostro pranzo in famiglia, visto che commenta tra sè e sè ogni notizia, senza neppure condividerla con noi. Tento di inserirmi, ma sembra che tra noi due ci sia quasi un muro invisibile.
Guardo Loris ed è ancora al telefono che blatera. Mi fa quasi più schifo del riso. Forse!
Il batterista a fianco a me tra poco spaccherà il piatto a metà e non credo si fermerà di fronte neppure a tale evento.
Ilaria, finalmente si è tranquillizzata e come una calamita i suoi occhi sono fissi sullo schermo di quel diabolico smartphone. Forse era meglio quando piangeva, almeno era naturalmente viva! Sembra la fotocopia di sua madre.
Mi alzo in piedi e con non curanza, ma anche un po' di disgusto vado in camera.
Prendo la giacca. Sostituisco le pantofole con le mie scarpe da ginnastica della domenica e me ne esco.
Inforco la mia bicicletta ed inizio a pedalare in direzione mare.
Gli scogli, la spiaggia deserta e il lungomare disabitato mi fanno sentire libero. Libero da ogni pensiero. Ogni mio pregiudizio. Il vento salmastro mi soffia addosso e mi solleva l'impermeabile.
Mi sento più in compagnia adesso che in casa a tavola con i miei familiari. Mi sento stranito, ma allo stesso tempo sollevato. In sottofondo le onde che si infrangono sul bagnasciuga mi fanno sentire meno solo. Sembra quasi che mi parlino.
Decido di fermarmi su una panchina: una di quelle che in estate non riesci mai a trovare libere e mi accendo una sigaretta. Il profumo del tabacco mi toglie quel pessimo sapore di gorgonzola che mi sta perseguitando ormai da diversi minuti. Guardo il mare, il mio amico di vita. Il mio compagno, che si è sempre fatto trovare presente quando avessi avuto bisogno di qualcuno che mi ascoltasse.
Forse sono io l'anomalo. Oggi.
Forse sono io che non mi sono saputo adattare a questi tempi che avanzano. Ad una modernità che richiede di essere all'avangardia per non essere considerato diverso.
Forse mi sono perso.
Non ho neppure un cellulare e l'uomo va su Marte. Come posso essere io parte di una società?
Non ho risposte. Di una famiglia?
Un ultimo tiro alla sigaretta.
La getto a terra. La schiaccio quasi con un disprezzo vendicativo sotto la scarpa.
Salgo nuovamente sulla bici e me ne torno a casa.
Pedalo con tranquillità, quasi come non volessi tornare.
Quasi come sperassi che quel lungomare fosse infinito.
Apro il portone di casa e riconosco ancora la stessa confusione che avevo lasciato poco prima nella sala. Passo davanti alla cucina:
"Ma dove sei stato?" mi dice Paola scuotendo la testa "Te non sei normale!"
Senza dire nulla e con una faccia impenetrabile mi dirigo verso la camera da letto. Poso la giacca e indosso nuovamente le pantofole.
Vado a tavola e guardo gli altri commensali, ignari di me e di quanto avessi fatto. Un sorriso imbecille mi si dipinge sul volto.
Quanto rimpiango quei pranzi domenicali in campagna!
Questa è la mia proposta per #theneverendingcontest di @spi-storychain.
Tema della settimana: Pranzo in famiglia