La verità è che c’è una linea sottile tra la felicità e la spensieratezza.
Ad oggi mi ritengo una persona felice. Non sempre, ma abbastanza. Al pensiero delle cose belle che ho, delle persone intorno a me, delle cose che faccio ogni giorno.
Ma la spensieratezza? La spensieratezza è quella cosa un po’ più rara da percepire. Nel momento in cui arriva riesci a sentirla, a toccarla, ad annusarla, ad assaporarla. E’ quella cosa che ti fa venire voglia di cantare a squarciagola in macchina mentre guidi; è quella cosa che ti fa venire voglia di abbracciare le persone a te vicine così forte per fargli capire quanto bene gli vuoi; è quella cosa che ti fa venire voglia di correre sotto la pioggia incurante di prenderti un malanno; è quella cosa che ti fa venire voglia di condividere tutto, anche quello che non sei abituato a condividere. Tipo il cibo. Io il mio cibo non lo condivido perché sono una schifosa ingorda e quando le mie sorelle provano a rubarmi qualcosa dal piatto parte in automatico la forchettata assassina. Però ecco, se sono spensierata sono disposta a dividere anche l’ultimo pezzo di cioccolata Kinder. E oh, quanto vorrei essere spensierata più spesso. Una delle cose belle è che quando sono con lui, per esempio, mi ci sento proprio spensierata. Potrei passare le ore a chiacchierare fermi in macchina in un parcheggio a parlare di qualsiasi stronzata ci passi per la testa e sarei felice così. Sarei spensierata così! Un’altra delle cose belle è che quando tengo in braccio mia nipote che mi sorride con l’innocenza di chi non conosce dolore, per esempio, mi sento spensierata anche lì. Alle volte la guardo ridere e piango, e penso che la vita è una cosa bellissima e che io stessa non sono in grado di rendermi conto di quanto sia importante.
Ultimamente mi sono sentita rabbiosa con il mondo, con le persone, con il tempo, con le circostanze. Sentivo i nervi a fior di pelle e l’astio scorrermi per le vene. Sentivo i pugni che si serravano nella speranza di fermare una parola di troppo o una questione inutile da affrontare. Avrei voluto staccare la spina per staccare la rabbia, per staccare i pensieri furiosi… li sentivo ribollire nella testa.
Ieri una persona che mi vuole bene mi ha chiesto se stavo bene e proprio in quel momento ho capito davvero che no, effettivamente non stavo bene. E non stando bene io, danneggio chi mi sta intorno. A ventisei anni suonati ho capito che la mia rabbia negli anni (soprattutto quelli dell’adolescenza, oh quanta inutile rabbia, quanta cattiveria senza motivo) ha danneggiato le persone a cui volevo bene: mi ha resa intrattabile, antipatica, fastidiosa. E realizzarlo mi ha fatto più male di quanto pensassi. Mi ha colpito in faccia come se avessi ricevuto un portone dritto sul muso e m’avesse spaccato il setto nasale. Come ho potuto permettere a me stessa di essere così menefreghista verso chi mi voleva bene? Come hanno fatto a volermi bene nonostante questi comportamenti? Riscattarsi non è mai facile e ancora oggi faccio degli scivoloni ma ci provo. Ci sto provando ad accantonarla quella rabbia. E’ per questo che ho deciso di imparare a vedere positivo, di pensare a cose belle, di circondarmi di persone che non mi ci fanno minimamente pensare alla rabbia e alle cose brutte, alle cose cattive… tossiche. Imparare ad analizzare tutto, di cercare di dare un senso anche alle cose che prima m’avrebbero fatto arrabbiare, che non mi sforzavo di capire. Imparare a perdonare il torto anche quando fa male, anche quando mi sento ferita. Imparare ad essere una Silvia che gli altri hanno voglia di avere vicino.
Ho imparato a credere nelle seconde possibilità, che forse se ci si impegna non dico che si cambia, ma un po’ si migliora. E per le persone a cui vuoi bene, ad un certo punto della vita lo senti che hai proprio tanta voglia di migliorarti.
Ci vuole un po’ di coraggio ad ammetterlo ad alta voce, ma ce l’ho fatta.
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