Non so se sia possibile scommettere sull'eventualità o meno che una certa persona possa o meno "spararla grossa" in un determinato giorno.
Se la SNAI dovesse mai decidere di istanziare delle quote in merito credo che Matteo Salvini non sarebbe neppure quotato. L'eventualità che il cazzaro verde, per usare un epiteto di Marco Travaglio, attraverso un twitt o una dichiarazione lampo possa lanciare una veloce e diretta polemica o minaccia, credo non sarebbe neppure quotata dai bookmakers.
In molti abbiamo ancora nella mente le tante "sparate" sul tema immigrazione, intervallate da una polemica sui vaccini e da vari scontri diplomatici.
Un po in sordina, però, è passata un'altra frecciata del leader della Lega (Nord).
Ad essere preso di mira uno dei bersagli prediletti del Ministro degli Interni:
Roberto Saviano
Tra il Ministro e lo scrittore di Gomorra non è mai corso buon sangue, con il primo sempre intento a tirarlo in ballo per normalizzare le sue trovate pubblicizzare e sminuire il ruolo degli intellettuali in Italia e con il secondo sempre pronto a dibattere su temi tanto cari a Salvini ma con visioni diametralmente opposte.
Nei giorni scorsi Matteo Salvini ha tuonato:
Saranno le istituzioni competenti - afferma - a valutare se corra qualche rischio, anche perché mi pare che passi molto tempo all'estero
Dichiarazione che pare essere un avvertimento, una seria minaccia più che un punto all'ordine del giorno da affrontare nel merito.
Aldilà di tutto ciò sembra molto intempestiva la polemica.
Un ministro degli Interni non dovrebbe soffermarsi su beghe personali e cacce all'uomo, indaffarato come dovrebbe essere nel risolvere problemi di ordine pubblico o combattere la criminalità organizzata oltrechè al solito tema legato ai migranti.
Venendo al merito: siamo alle solite.
Prendiamo un tema serio, molto serio e banalizziamolo. Prendiamo un personaggio pubblico di spicco e ridicolizziamolo.
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Avevo parlato di Roberto Saviano in questo articolo, potete trovare le difficoltà che egli affronta quotidianamente a causa della sua vita da recluso, da target della malavita.
Lo scrittore Napoletano è sotto scorta perchè ha osato sfidare in pubblica piazza, nel covo dei Casalesi, la camorra, invitando gli uomini di Gomorra a scappare, lasciare il paese o semplicemente a costituirsi.
Dopo quell'evento Saviano è stato vittima di molteplici minacce di morte, portate a volta anche a processo per preservare la sua vita e la sua dignità.
Il giovane scrittore vive da anni sotto scorta, conducendo una vita che non gli consente di vivere una vita accanto ai suoi cari o avere una fissa dimora. Per Saviano gustare un gelato in gelateria è impossibile a meno che non lo programmi giorni prima in modo da permettere la predisposizione di misure di sicurezza stringenti. Non può fare jogging, non può viaggiare se non sotto falso nome e accompagnato da forze dell'ordine. Non può prenotare un tavolo ad un ristorante. Non può affacciarsi ad una finestra per paura di essere colpito da un cecchino.
Ecco il privilegio di una vita sotto scorta.
Ecco quello che si dovrebbe tenere a mente quando si minaccia di togliere la scorta ad un uomo che combatte ogni giorno la malavita, lo fa con le parole, con i suoi romanzi e cercando di sensibilizzare e civilizzare i suoi lettori attraverso i racconti della spietatezza dei criminali del belpaese e non.
Le parole di Salvini risultano vuote, prive di senso e prive di ogni contatto con la realtà quotidiana di chi vive come Saviano.
Se c'è stata una cosa ancor più fastidiosa delle parole di Salvini però, e qui so di attirare qualche critica, è stata la finta e demagogica indignazione della cosiddetta sinistra italiana, quella che fino all'altro ieri era al governo per intenderci e di certa stampa pronta a difendere un paladino della giustizia e dimenticarsene un altro a seconda della casacca ideale che indossa.
Trovo infatti inaccettabile il trattamento che è stato riservato all'ex PM Antonio Ingroia, da qualche anno in politica con movimenti e partiti indipendenti che hanno provato a mettere al centro della discussione politica la legalità e la lotta a mafie e corruzione con risultati alterni ma soprattutto negativi in termini di consenso.
Nel Maggio scorso, con il governo Gentiloni ancora in carica, ad Antonio Ingroia è stata tolta la scorta che egli aveva da ben 27 anni in seguito a svariate minacce di morte fatte pervenire dai vertici di Cosa Nostra ripetutamente.
Ingroia, nei suoi anni da magistrato fu collaboratore di Paolo Borsellino ed a lui dobbiamo l'avvio delle indagini sulla celeberrima trattativa Stato Mafia di cui ebbi a parlare in questo post qualche mese fa.
A siglare la cessazione del diritto alla scorta per l'ex PM è stato l'ex ministro Marco Minniti, deputato del PD e ministro degli interni per 5 anni.
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La domanda sorge dunque spontanea.
Dove erano i giornaloni di sistema quando un ministro degli interni firmò la dismissione della scorta verso un uomo di Stato conclamato come Ingroia?
Giustissimo attaccare Salvini per le sue minacce senza senso e fuori luogo.
Giustissimo difendere a spada tratta un uomo come Roberto Saviano.
Meno giusto utilizzare il solito doppiopesismo in base alla casacca che viene indossata dal bersaglio di turno.
Ingroia è uomo antisistema, lo è sempre stato. Molto vicino alla vera sinistra italiana e dal pensiero sempre indipendente è forse stato abbandonato a se stesso anche per questo.
Roberto Saviano pur essendo al di fuori della politica è da anni divenuto il simbolo di una certa sinistra e di una certa stampa, che prive di ogni idea e soluzione da fornire al paese hanno abbracciato lo scrittore Napoletano come guida spirituale in mezzo al deserto. Per questo motivo l'indipendente e antisistema Saviano, è divenuto suo malgrado un uomo delle istituzioni al contrario di Ingroia.
A mio modesto avviso tutto ciò è inaccettabile.
Uomini come Ingroia e Saviano vanno difesi, senza se e senza ma.
Uomini di stato.
Uomini di principi.
Uomini pronti a sacrificare la loro stessa libertà per provare a scardinare l'ignoranza che spesso regna nel popolo quando si parla di criminalità organizzata.
Uomini pronti a combattere le mafie, tangibilmente.
A loro va il nostro grazie più profondo.
Uno Stato non può essere considerato tale se abbandona i suoi figli prediletti, quelli che sarebbero pronti a beccarsi una pallottola pur di salvare ideali di giustizia e libertà.
La scorta per loro è una condanna ma è l'unica strada per tenerli al sicuro, è un loro diritto.
Privarli della scorta sarebbe una condanna a morte.
Non va permesso o saremo qui a piangerli prima o poi, proprio come abbiamo fatto con Giovanni Falcone, Paolo Borsellino o Marco Biagi, uomini di stato sbeffeggiati da uomini di potere a cui non era stata offerta protezione da vivi ma che sono stati osannati da morti.
Osanniamo da vivi, proteggiamo i nostri uomini di stato.
Sperando che quando sentiremo dire che son finite le scorte sarà solo per parlare di pasta, tonno o cornetti bauli terminati nelle nostre credenze.