Non è mai facile scrivere di una serie appena conclusa, specie se quella serie ha segnato un'epoca e specie se essa ha fatto dell'affezione ai suoi personaggi un grande punto di forza.
Agosto 2019 sarà per sempre un periodo da ricordare per i fan di Orange Is The New Black, primo prodotto originale di Netflix che chiude con la sua settima stagione un momento storico per l'industria televisiva.
Quando fra decine di anni chiederanno con quale prodotto Netflix si tuffò sul mercato la risposta sarà: Orange is the new Black.
L'ultima stagione è sembrata un lungo addio a temi e personaggi ma ha avuto il merito di aggiungere storie, temi e protagonisti nuovi nonostante la linea del traguardo fosse oramai vicina.
In particolare in questa stagione è stato elaborato il tema dell'abbandono e del tempo che passa inesorabile grazie soprattutto alla storyline di Red, membro della prima ora del club delle prigioniere di Litchfield e vera e propria madre in carcere delle donne che abbiamo imparato ad amare e conoscere. Abbandono inteso come ricordi che sbiadiscono a causa dell'età o di una malattia ma anche abbandono inteso come tradimento come nel caso di Hayes o di abbandono delle speranze di vivere una vita migliore dopo la prigione come nel caso di Taystee e Dogget.
L'elemento nuovo e dirompente di questa stagione è stato sicuramente quello dell'immigrazione.
Attraverso l'ampliamento delle location utilizzate siamo finiti "dentro" una prigione detentiva per i richiedenti asilo. Il focus è stato spietato con storie lancinanti che mostravano madri costrette a separarsi dai figli, rifugiate di guerra rispedite nelle zone di guerra dalle quali erano scappate, donne incinte maltrattate e chi più ne ha più ne metta. Un chiaro riferimento alla contemporaneità che in America ha il nome Trump ed in Italia quello Salvini.
Un modo coraggioso per concludere la serie, una serie che ha dato voce al movimento LGBTQ sin dal primo episodio, quando forse parlare di certi temi non era cosi di moda e cosi semplice.
Se oggi troviamo un'enormità di prodotti che affrontano la tematica nei modi più disparati lo dobbiamo anche e soprattutto a Piper e compagne.
Ed è proprio Piper la protagonista mancata della serie non nel senso negativo ma più che altro che lei che sembrava essere assoluto centro della storia è diventata solo una delle tante voci da ascoltare. Questo è stato un bene per la serie che è riuscita a raccontarci decine di vite, decine di aspetti della vita di ognuna delle protagoniste, riuscendo ad esempio a rendere centrale la figura di Caputo che nelle prime puntate sembrava solo costruita per dare un tocco maschilista ad alcune scene ed esaltare il resto del cast. Cosi non è stato e quella di Caputo, insieme a quella di Taystee probabilmente è stata la storyline più riuscita e meglio gestita, condita da un parallelismo con le vicende del movimento metoo pienamente riuscito e pregnante.
Natasha Lyonne con la sua Nicky ha provato fino in fondo ad essere figlia, sorella e amica di tante compagne ma è finita per ritrovarsi ad esser o almeno a provare di essere la nuova madre della prigione in un percorso molto bello e commovente.
Alex e Piper hanno avuto il loro lieto fine? Forse si.
Ancora una volta è stato bello il viaggio, un viaggio folle come e più dell'amata Crazy Eyes che riscatta la sua pazzia dolcissima divenendo finalmente più umana agli occhi di tutti, divenendo per tutti Suzanne.
Orange is The New Black conclude alla grande un percorso che tra alti e bassi l'ha consacrata in tutto il mondo come una delle serie migliori di sempre, aggiungendo una pietra miliare al catalogo Netflix e facendo conoscere a tutti il termine "dramedy" prima di essa mai utilizzato.
Guardando l'ultima stagione ci si accorgeva seduta stante che il panorama televisivo non sarebbe stato più lo stesso senza Orange is The New Black.
Una sensazione palpabile che ci porteremo dietro per molto molto tempo nella nostra prigione interiore mai cosi colorata come in questi 7 anni.
SerialScore: 8,5