Non passa giorno senza novità spiacevoli nell’ambito dei cambiamenti climatici antropici (CCA). La penultima ha a che fare col turismo:sembra emettere 4 volte più emissioni rispetto a ciò che degli accademici stimavano. L’ultima suggerisce che il peggior scenario standard utilizzato dagli scienziati del clima non va considerato il caso peggiore.
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Ricordo ancora una volta che singoli studi in genere non costituiscono scienza.
Da qualche parte avevo letto che la comunicazione dei CCA può influenzare lo stato d’animo delle persone e stimolare i fattori alla base della procrastinazione: incertezza nei risultati, nel quando si avranno effetti rilevanti, etc. Purtroppo non riesco a recuperare la fonte.
I maggior contributi all’instabilità climatica arrivano e arriveranno dai paesi in via di sviluppo, se si escludono gli USA. Un esempio su tutti: la Cina in un periodo ha costruito centrali a carbone come se non esistesse un domani. Sottolineo che già gli impianti a gas emettono molto di meno.
India e Cina, un confronto
Dal 1961, la Cina ha aumentato le proprie emissioni di CO2 di 17 volte, solo focalizzandosi su questo aspetto ambientale. Nello stesso periodo l’India poco meno di 12 volte. Non si può dire lo stesso dell’Italia che, venendo già da un passato industriale e capitalistico, ha registrato un aumento di appena 4,5 volte.
La differenza fra i due paesi si trova anche nel tipo di sviluppo. Si tratta di due paesi semi-feudali fino a non troppi decenni fa, in cui uno ha avuto una rivoluzione seguita da una dirigenza filo-stalinista per qualche decennio ed un’economia pianificata. Oggi la Cina ha un’economia più avanzata dell’India anche a causa di ciò. Ma a che prezzo ecologico? E se l'India iniziasse il percorso della Cina?
Conclusioni: spunti sulla peggiezza
Di fronte a queste differenze si possono pensare varie cose: o impediamo ai paesi più poveri di svilupparsi (per limitare vari aggravamenti ecologici-climatici), o si sviluppano esclusivamente con tecnologie pulite che nemmeno in occidente utilizziamo completamente per vari motivi, o si sviluppano tramite un modello tradizionale fondato sul carbone.
Tempo fa avevo scritto un articolo di contorno alle tre situazioni indicate. Al momento stanno seguendo la situazione 3, che vanifica gli sforzi dei paesi più industrializzati tipo il continente europeo. Sul punto due esprimo enorme scetticismo, e offro solo due spunti come argomentazione:
I dati parlano chiaro: il 56% degli edifici italiani presenta efficienza energetica G, la più bassa, la peggiore. Solo il 2%invece, dispone di una certificazione di tipo A.
Fonte
A Milano [città metropolitana e non paesello della provincia di Vibo Valentia] il 70% dei condomini rientra nella categoria energetica G o F.
Fonte
Contare i paesi con un’infrastruttura energetica pulita (<100 gCO2eq/kWh) richiede pochi secondi, sintomo del loro numero basso.
Inoltre, chi pagherebbe il catapultamento di questo sviluppo? Gli stessi paesi che non riescono/vogliono integrare certe tecnologie a casa loro?
Precisazioni
L’articolo si sviluppa per lo più su basi empirico-razionali più che sulla dialettica, a differenza di altri miei articoli recenti.