Capita, se ci spogliamo della coperta opaca in cui avvolgiamo le nostre paure, che il mondo ci parli, e così è stato...
Ricordi la messa nella stanza stipata dell'ostello di Doolin? Al di là della finestra umida di pioggia, al termine di una giornata di vento e vertigine, ecco vibrare improvvisa la calda luce di un sole brillante. Un'arancia matura in un cielo di asfalto sbiadito. Dalla parte opposta un cavallo ed un puledro prendono a scalpitare sul crinale fresco di verde, come scossi da una campana invisibile. Lungo la strada due sposi sorridenti salutano dai sedili posteriori di una limousine bianca, che risveglia, con il suo clacson acuto e ritmato, i rumori assopiti dalla pioggia. Un sole buono si accende, si moltiplica nelle mille gocce del vetro inclinato dell'abbaino.
E' un padre buono che è sceso e si diverte benevolmente con noi, ci stupisce: le sue sillabe sono oggetti, le sue parole sono accadimenti che ci sembrano 'strani' (eco di sogni), le sue frasi sono emozioni.
Ho sognato qualche tempo fa di cavalcare un cavallo bianco: insieme cercavamo un cappello di paglia portato via dal vento freddo dell'inverno. Perdere il cappello simboleggia la perdita dei vecchi pensieri, e stimola a trovarne di nuovi, a cercare una corona preziosa di nuove idee. Nel mio sogno non ritrovavo il cappello, al suo posto scoprivo due puledri nati dalla terra del bosco, dalla carne della natura.
Avevo un cappello di vecchi pensieri prima di partire per l'Irlanda.
Sulle Cliffs of Moher impasto i miei passi con un fango spesso e puzzolente, sopra una roccia scura e tagliente, insieme 'arida' ed umida; fraseggio con una pioggia fine e pervasiva: entra in ogni piega dei vestiti, senza farsene accorgere. Nonostante questi elementi ostili i fiori sbocciano nelle cavità del calcare antico, e la natura, strano a dirsi, abbandona la sua spietata indifferenza per divertirsi con il volo dei gabbiani, curiosi e seri nel loro gioco infinito di lente curve e brusche virate. Loro non giocano mai a scacchi con il vento.
Questo vento è il discorso di un padre benevolo, il rombo del mare sono le rassicuranti carezze di una madre. Nel cielo navigano i tetti aguzzi delle case. Il vento scombina le pedine e urla continuamente: daccapo, daccapo!! Il vento non percorre quadrati, labirinti, piuttosto traccia spirali e traiettorie circolari. Il vento non conosce spigoli e inverte leggi e regole: sospinge verso l'alto l'acqua del rivolo che si getta nel vuoto dalle erbose frange della scogliera, da filo liquido a nugolo scompigliato e frizzante di particelle, come gli spruzzi di un palloncino d'acqua che scoppia dalla parte del cielo. Sono le mie abitudini quel rassicurante flusso che si tuffa regolare nella scarpata: il vento le fa a pezzi, le rende nuovamente materia indistinta, alimento per una nuova generazione di nubi.
Sento il peso del corpo, dell'umido che ricopre ogni cosa. Sento il corpo. Ogni cambiamento di pensiero passa attraverso il corpo. Le sensazioni si registrano nei muscoli, nei tendini, nella fatica, nelle pupille. L'esperienza è un investimento in pensieri futuri. Ogni movimento è il pezzo di un discorso difficile da decifrare, ci vuole tempo ma è tutto lì. E' come fotografare in analogico, su pellicola: le immagini sono raccolte dai grani dell'emulsione, impressionate in rotoli di cellulosa e tenute in qualche cassetto, per essere riguardate chissà quando. E' come collezionare il tempo, raccogliere pazientemente ogni singola nota per riprodurre in seguito la melodia rara che ci piacerà tanto.
Allo stesso modo colleziono sensazioni, stimolando i sensi: il tatto, lisciando l'erba dai verdi cangianti nel vento; l'olfatto, respirando gli odori vicini e lontani, fino a quando una raffica più forte allaga i polmoni e fa chiudere gli occhi.
Ancora cerco il vecchio e rassicurante cappello.... Le mani però afferrano solo vertigini, niente di più. La presenza degli amici è sempre più forte. Sulla scogliera riesco a sporgermi sull'abisso tenendomi alla spalla dell'amico, ci confida Lorenzo. Lentamente inizio a non desiderare più niente, forse non ho più bisogno di quello che cerco. Sono sempre più leggero e trasparente: la forma del mio essere non è più costretta dai muri dell'abitudine ma inizia a seguire il contorno plastico degli abbracci scambiati come gesto di pace.
Ora non cerco più nessun cappello di pensieri. Ho perso la convinzione di bastare a me stesso, la vita piena è quella condivisa... Sarebbe affascinante vivere sempre così...
Terminata la messa a Inishmore ci siamo tenuti per mano, stretti lungo il bordo della scogliera, come pronti a salpare su una nave immaginaria, chi urlando, chi sussurrando: 'mi fido di te!' con le ugole rivolte al mare incalcolabile ed assordante, all'oceano che respira. Sarebbe bello scattare una fotografia di questo momento.... Invece non abbandono le mani dei miei compagni, decido di non farla: non voglio barattare un'esperienza unica con un semplice ricordo. Non spreco una sinfonia per la sua eco dilatata nel tempo, riproducibile ma bidimensionale. E' stata quella fotografia persa l'immagine migliore. Si deve lasciar morire qualcosa per toccare l'eterno.
Improvvisamente gli spruzzi di un'onda ci sparpagliano, come un nuovo battesimo.
E' così che si compie l'insperato: "non conosco più nessuno degno di essere invidiato".
Cliffs of Moher, Ireland, august 2012.