C'è un rispecchiamento reciproco, come un richiamo, nei luoghi che amiamo e che abitiamo. Un'eco che ci risospinge e ci restituisce alla natura più genuina e profonda di cui siamo fatti.
Una stazione ha nel termine che la definisce la staticità. Ci si ferma e si aspetta. Una stazione sta e non si muove. Tutto intorno il paesaggio si trasforma, i treni passano, la gente attraversa, le vite si incontrano, gli eventi cambiano direzione ma la stazione no. Quella sta lì, ferma affinché tutto il resto intorno possa muoversi. È ferma ma attiva, funziona come in isometria. Due forze e due resistenze uguali e contrarie che intervengono e si annullano: chi va, chi viene; chi parte, chi arriva; chi resta, chi cambia. Trasformazioni che avvengono al di sotto di una superficie apparentemente invariata.
Qualcosa deve pur far da punto di snodo, da trampolino di lancio, da base perché qualcos'altro possa prendere il volo, qualcosa di diverso possa accadere.
Così, da sempre, subisco il fascino di un luogo che ha preso ad assomigliarmi e al quale sempre assomiglio. Vedo storie e fatti passare, succedersi. Incontri accadere e dissolversi sulle linee di fuga. Relazioni svincolarsi quando vien meno il bisogno. Amici diventare conoscenti e poi tornare estranei. Mi lascio attraversare ma non corrompere. Ogni fischio in questa mia stazione è un nuovo inizio, un nuovo viaggio, in qualsivoglia direzione. Non mi precludo mai la meraviglia di una nuova scoperta, pur preconizzandone, già sul nascere, la sua imminente estinzione.
Lascio che accada.
Lascio andare tutto e tutti.
Non mi tradisco.
E resto.