Sempre il solito canale. Sempre il solito canale. Ogni sera seduto sull’ottomana con lo sguardo fisso sullo schermo che rifletteva le immagini che la sua fantasia non riusciva a trasmettergli, completamente sconnesso da quello che è il resto del mondo, si trastullava a cambiar canale finendo, inesorabilmente, su quello che più lo ossessionava. La programmazione è variopinta, ogni tema che possa attrarre il gusto di ogni persona veniva proiettata in quel canale, riuscivano ad attrarre così tanto potere d’attenzione che se i contenuti fossero stati più seri o più estremisti sarebbero stati in grado di dominare il mondo. La fortuna è che il lato affascinante di quella trasmissione è l’ingenuità che ne costituisce l’architettura, il modo lezioso di diffondere i messaggi più banali ne consolida le fondamenta; in sé è nulla, è il classico della televisione che non cerca di dare un significato alla vita, ma solo un sollievo. E con lui ci riusciva, tanto che la sua dipendenza inficia su quanto lo circonda, si è scordato dei suoi affetti, ha perso il suo lavoro e piano piano, inesorabilmente, sta perdendo anche memoria di sé, inghiottito in quel mondo illusorio che maschera le sue emozioni, che gli cela la realtà di questo mondo, come nascondere il dolore di una botta con il bacio di una madre premurosa, il dolore resta ma il gesto fa trasalire emozioni è la chimica del nostro corpo ripara al sintomo, ma non alla causa. E lui fa lo stesso, soffoca il suo dolore con il dolce abbraccio del nulla, di qualcosa di vuoto che però possa colmare quello che ora sente, ma riempire una voragine con un’altra ingigantisce solo il problema.
Lui cerca di struggersi dal dolore, ma tutto alle sue spalle è stato eclissato da quello schermo cristallino e lui non riesce ad entrare in contatto col suo vuoto interiore per dargli materia da poter elaborare, per trasformarlo in qualcosa da poter comprendere, studiare e un giorno, non molto lontano, risolvere. Le vacue riflessioni di un uomo oramai alla deriva, almeno quelle che la pulsione umana spinge noi stessi ad indagare sui nostri dolori per comprendere come superare gli ostacoli che si susseguono nella pista da corsa di una vita mediocre. Lui non ci riesce, è intossicato da quelle vaghe parole che scorrono nelle sue orecchie e si propagano in tutta la stanza, quell’apparato tecnologico le produce. La sua testa è ricolma di inutilità, tanto che occupa anche lo spazio riservato alle sue elucubrazioni, e lui si riempire, si ciba di questo vuoto perché lo fa sentire meglio, perché ora tutte le sue interiora sono vuote, sia dentro sia fuori, e lui si sente in pace perché tutto dentro di lui è ritornato in equilibrio.
La felicità, la pace purtroppo non è questa, è lui lo sapeva bene. Negli ultimi momenti, dopo quel rombo frastornante, si è ritrovato a pensare nuovamente, ad essere un corpo fisico e metafisico invece che vuoto esistenziale, e lì sulla soglia a rivisto sua figlia, portata via pochi mesi prima da un violento incidente, e alle spalle lasciava, con notevole afflizione, la moglie che non riusciva più a guardare tanto le ricordava la figlia. Lui è morto come la sua tenera primogenita, un violento sinistro che ha portato un autobus in piena corsa a schiantarsi contro il suo muro rivestito di cartongesso. L’impatto è stato fatale. L’ironia della sorte è che l’autista si era distratto guardando lo stesso programma televisivo.