Il coronavirus imperversa con sempre più forza ed oramai si è diffuso in tutti i continenti: via via si infiltra nelle comunità umane in maniera sempre più capillare, debordando dai focolai di primo sviluppo, fino ad infettare persone nelle metropoli come nei paesini.
Oramai le vittime nel mondo hanno superato le 16 mila.
Ma oltre alle persone questa pandemia ha colpito duramente due elementi fondanti della nostra società umana, che non sarà facile ripristinare come prima: il senso di sicurezza e la libertà.
Il senso di sicurezza era già stato duramente colpito dalla crisi economica, che aveva gettato, e stava mantendendo, nella disperazione parti della popolazione abbastanza ampie, ma pur sempre ridotte. Anche i terrorismo aveva per un certo periodo, invero breve, provato a cancellarlo dalla nostra società. Ma finora ciò aveva riguardato solo parti minoritarie della popolazione, mentre a livello di comunità, inconsciamente, ci si riteneva invulnerabili. Basti ricordare le discussioni pubbliche nei giorni immediatamente prima dell'arrivo dell'epidemia, quando questa già stava mietendo vittime a centinaia in Cina. Ora questo senso di sicurezza è scomparso, a livello globale, lasciando il posto alla paura, quella vera: nessuno può ritenersi al sicuro, perché ognuno di noi può diventare vittima, se non nel fisico, sicuramente negli affetti o nella propria situazione economica. Ci siamo ritrovati, da oggi a domani, al fronte di una guerra, sulla linea di fuoco, senza aver ricevuto nessun addestramento. Questo accadimento è angosciante, ma in parte positivo: ci ridimensiona, ci riporta, o dovrebbe farlo, ad essere più umani, meno spavaldi. In guerra l'uomo dà il meglio ed il peggio di sé, ma torniamo a far i conti, appunto, con la nostra umanità. Ora sarebbe dovere della collettività dimostrare di esser degna di definirsi Umanità.
L'altro aspetto è più sottile, più, se vogliamo, filosofico, e meno istintivo. Abbiamo messo in gioco, in questa guerra, la nostra libertà, e stiamo decidendo, inconsapevolmente o quasi, di accettarne la perdita, in nome della paura. A livello di collettività stiamo, giorno dopo giorno, rinunciando a pezzi della nostra libertà, non solo quella individuale. Abbiamo accettato le limitazioni di movimento, fino ad invocare la chiusura totale, fino all'estremo del coprifuoco; abbiamo preteso l'interruzione delle attività, non solo delle nostre, ma anche, anzi soprattutto, quelle degli altri, appunto della collettività: guai colgano a chi vuol camminare o correre all'aperto, a chi vuol lavorare, a chi vuol continuare ad incontrare amici e parenti, insomma a chi vuol proseguire ad avere una vita in qualche modo sociale, che è anch'essa una forma di umanità; stiamo sempre più spesso acclamando l'interventismo contro chi non vuole adeguarsi, dal tollerare di spiare le persone con i droni, al limitare le contestazioni intellettuali opposte a chi governa, perché si rischia di "danneggiarne l'operato"; si stanno per cancellare elezioni e sospendere Parlamenti.
Tutto in nome del desiderio di tornare ad aver il nostro senso di sicurezza, le nostre certezze a cui ci siamo ostinatamente attaccati, dimenticandosi che nella vita solo una cosa è certa. E che tutto ciò che non si muove è già morto. La nostra società era così presuntuosa, che abbiamo disimparato a gestire la paura ed il dolore, che sono parti della vita.
(immagine di pubblico dominio, tratta da Wikipedia, raffigurante l'affresco staccato "Trionfo della morte", opera del 1446 di autore sconosciuto, realizzata per Palazzo Sclafani, oggi alla galleria regionale di Palazzo Abbatellis, a Palermo.)
Anch'io ho paura di quello che il coronavirus può portarmi via, ma non voglio vivere nella paura, non voglio esser paralizzato dalla paura.
Con un sorriso amaro penso che nel Medioevo, il periodo considerato più oscuro nella storia della nostra Umanità, la Grande Peste portò via 20 milioni di persone, su una popolazione mondiale dell'epoca stimata in 70 milioni. Ma ciò non tolse alle persone la libertà di muoversi in un'epoca in cui le libertà erano già molto ridotte: l'uomo non rinunciò a nessuna delle libertà possedute, forse perché ne aveva troppe poche e sapevano valorizzarle maggiormente, forse perché vivevano senza aver mai assaporato il senso di sicurezza del nostro mondo pre-pandemia.
Siamo sicuri che stiamo proteggendo la nostra Umanità meglio di come seppero fare all'epoca?