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Oggi l'argomento di discussione è su un argomento da sempre controverso e che sempre più spesso recentemente viene alla ribalta, anche se per vie traverse o sottotraccia. Infatti spesso se ne rivelano gli effetti, se ne discute attorno, ma solo raramente si discute di questo argomento direttamente, perché è, oltre che controverso, spesso ammantato di peloso opportunismo e velenosa ipocrisia: la censura.
L'opportunità di ragionare di questo argomento, che peraltro è il motivo principale che mi ha spinto, fin dall'inizio a prender fissa dimora su Hive e sulla sua blockchain, e che dovrebbe esser particolarmente caro ai frequentatori di questo universo, mi è offerta da tre episodi di cronaca finiti sui media oggi, apparentemente scollegati, eppure invece tenuti insieme da questo comun denominatore.
La censura e l'uso che se ne fa, anche, anzi direi soprattutto, da parte di chi contro di essa si dichiara, di chi si fa paladino di proteggerla, di chi dovrebbe difenderla per sua stessa ragion di esistenza.
Veniamo al primo episodio che riguarda un altro social network conosciuto su scala mondiale e che sull'informazione ha costruito il suo impero: Twitter, che ha deciso di sospendere l'account ufficiale del Governo ungherese, guidato da Orban, accusato di lanciare messaggi carichi d'odio e propaganda. Ha ragione Twitter ad applicare le sue regole anche all'account di un Governo come a quello di un qualunque cittadino? Quali poteri si devono attribuire ad un social network ed a quali regole deve attenersi?
Orban non è sicuramente un mio idolo: è un aspirante dittatore che non nasconde il suo desiderio di controllo e comando, mentre io sono sempre più legato ad una filosofia anarchica e non violenta. Praticamente siamo agli antipodi. Ma ciò non toglie che ritengo l'atto di Twitter un avvenimento molto grave, alla stessa stregua di quelli che mettono in atto i regimi totalitari. Secondo me è grave censurare un normale cittadino, lo è con evidenza ancora più farlo nei confronti di un esponente politico eletto, sebbene non tollerato.
Si dirà che Twitter è una società privata e può far quel che vuole in casa sua. Giusto, condivido anche questo concetto: chi si iscrive sa che deve rispettare le regole che Twitter ha fissato e che sempre e comunque Twitter ha l'ultima parola al riguardo, anche senza necessità di fornire spiegazioni, come anche in questa occasione. Bene allora con lo stesso principio un Parlamento, quello ungherese nella fattispecie, potrebbe legiferare per bloccare Twitter nei confini del paese su cui ha sovranità, con la forza tra l'altro di esser legittimato da un voto. Si innesca quindi una spirale tutt'altro che rassicurante sulla libertà di parola ed espressione, cercando ognuno di spostare il confine di quello che è opportuno concedere e quello che invece va zittito. Si legittima quindi il comportamento dei regimi autoritari. Certo Twitter si permette questo atteggiamento perché l'economia ungherese è troppo piccola per interessargli e se anche venisse bloccato se ne farebbe una ragione. Quindi anteponendo un interesse economico a quello di libertà.
Molte altre cose avrei da dire su questo episodio, magari verranno fuori negli eventuali commenti su vostra sollecitazione, ma mi trattengo per lasciar spazio agli altri episodi.
Il secondo riguarda quanto accaduto nella patria della libertà di parola, il paese che su questo principio ha costruito un mito: gli Usa. Dopo il primo confronto elettorale finito quasi in rissa fra i due candidati alle prossime elezioni presidenziali, alla stregua di una qualsiasi puntata di un reality show, la commissione che regola gli incontri tv ha deciso di cambiare quelle che, vista la violenza del dibattito, potrebbero esser definite le "regole d'ingaggio". D'ora in avanti il giornalista potrà, nel caso di eccessive interruzioni reciproche, chiudere i microfoni ad uno dei due contendenti. In sostanza una censura, ovviamente ammantata del solito "buon motivo": in questo caso per "garantire una discussione più ordinata". Chissà se in futuro introdurranno i down vote per stabilite come e quando far scattare il silenziamento. Sono d'accordo che i due duellanti abbiano dato esempio di inciviltà, chi più chi meno, ma anche questo "spettacolo" è una rappresentazione della realtà, che invece si vuol nascondere. L'opinione pubblica dovrebbe aver modo di conoscere il livello dei due contendenti, anche quando mostrano il peggio di sè, anzi soprattutto in quelle occasioni. Se fosse in passato accaduto più spesso, se non si cercasse sempre di nascondere l'inopportuno, probabilmente si sarebbero nel tempo selezionati candidati migliori.
Ricordo al riguardo alcuni episodi che capitavano quando, anni fa, ebbi l'onore e l'onere di dirigere un giornale online. Avevo fatto della libertà di espressione la bandiera della mia conduzione: chiunque, nel rispetto delle leggi in vigore, poteva aver spazio nel giornale ed esprimere la propria opinione. Spesso esponenti della politica o della società civile locale mi mandavano comunicati su argomenti vari che pubblicavo integralmente, senza ritagli, abbellimenti o manipolazioni. Ognuno era responsabile di quel che scriveva, mi limitavo semplicemente a vagliare l'eventuale infrazione delle leggi. Altrettanto spesso venivo contattato dalle controparti che con le cattive (minacce di denuncie) o con le buone (lusinghe e promesse) cercavano di dimostrarmi l'inopportunità di far esprimere "degli idioti in cerca di visibilità", come li definivano in sostanza. La mia replica era sempre del tipo: "non penso di aver il potere di stabilire chi sia idiota, anche se spesso ho le mie idee al riguardo, ma anche fossi fermamente in grado di attribuire questa patente a Tizio o Caio, penso che il cittadino, il lettore, debba potersi rendere conto dell'idiozia di chi scrive, senza la necessità di un mio intervento".
Fin qui due episodi di critica alla censura, manifestata in due modi diversi, ora passo a descrivere il terzo, in direzione diametralmente opposta. Navalnyj, il più carismatico dei leader dell'opposizione al Governo russo e di Putin, ha accusato sui media internazionali il Premier del suo paese di esser l'organizzatore ed il mandante del tentativo di avvelenamento ai suoi danni, di cui sicuramente avrete sentito parlare nell'ultimo mese. In questo caso, per fortuna, nessuna censura. Ma in questo caso c'è un'infrazione della legge evidente: praticamente in tutti i paesi del mondo che si considerano civili si può accusare qualcuno di tentato omicidio senza presentare le prove del fatto. Ora Navalnyj si trova in Germania. Se è sicuro di questa sua affermazione presenti una denuncia circostanziata ei confronti del suo avversario, ai Tribunali internazionali. Sono mesi che si girava attorno a questa accusa più o meno velata. Fino al colpo finale di una vero e proprio atto d'accusa pubblico, ma sui giornali. Di prove non ne è mai stata mostrata nessuna. Anche in questo Putin non è un mio idolo, per le stesse ragioni che avevo descritto per Orban più su, ma non riterrei inadeguato se ora ricorresse alla legge del suo paese contro Navalnyj e contro i media che continuano a raccontare una verità senza mai concedere il diritto di replica, cosa che nel mio piccolo, permettevo sempre. Ma se lo facesse sarebbe accusato di liberticidio.
Tre episodi che dimostrano l'elasticità con cui la censura, che tutti pubblicamente criticano e condannano, trovi spesso giustificazione ed applicazione, ovviamente sempre per buoni motivi. Ciò perché pensiamo spesso di esser amanti della libertà, quando invece non lo siamo, non siamo neanche capaci di capire cosa sia la libertà e che prezzo abbia difenderla, ma soprattutto quanto costa perderla.
Più che schierarci dalla parte della forza della libertà tendiamo a pretendere il diritto alla libertà dell'uso della forza quando qualcosa ci disturba. Uso della forza che si manifesta con un account sospeso, un microfono spento o il lancio di accuse pubbliche senza prove e senza possibilità di replica.
Ed il problema è che si innesca così una spirale sempre più violenta, sempre più liberticida, i cui frutti velenosi stanno cominciando a manifestarsi con sempre più evidenza. Che sia già troppo tardi per fermarsi e tornare a dar forza alla libertà? Sarà vero che la libertà alla fine riesce ad imporre la sua forza o è l'uso della forza a piegare la libertà?