La stanza era perfettamente quadrata. Muri e pavimento bianchi. Asettica. Le luci a led amplificavano la sensazione di freddezza. Al centro un tavolo operatorio, carrelli dedicati alle attrezzature e quelli sui quali erano sistemati in totale sterilità i ferri chirurgici. Piantane con lampade scialitiche. Alle pareti, monitor per la rilevazione dei parametri vitali e quelli ambientali per il monitoraggio dei gas anestetici. Elettrobisturi.
Lucas Ramirez, non poteva vedere tutto questo. Era disteso su un letto molto largo, le gambe divaricate e le braccia sopra la testa. Legato alle caviglie e ai polsi alle sponde del letto con delle fasce bianche. La testa immobilizzata. Completamente nudo tranne le mutande. All'altezza dell'inguine e appena sopra le spalle, su entrambe le gambe e le braccia, aveva la pelle segnata con un pennarello rosso. Magro, sul corpo portava i segni del cancro ai polmoni. Era appena entrato nella fase terminale della malattia da poche settimane.
Appena sveglio, cercò di muovere la testa invano. Aveva ancora forza nel suo corpo ma ogni movimento gli era impossibile.
Pochi metri più in là, su un identico letto e nelle stesse condizioni, c'era un altro uomo. Lucas non poteva sentirlo poiché stava dormendo profondamente. Cominciò a chiamare aiuto, intontito e spaventato.
"Dove sono? Per favore aiutatemi."
Dopo le sue parole sentì dei passi nel silenzio totale della stanza. Provenivano da fuori. Si aprì una porta e Lucas, respirando affannosamente, ripeté le stesse parole. La sua vista era leggermente sfocata. I passi si avvicinarono e la figura di un'infermiera in bianco si protese su di lui e comparì nel suo campo visivo.
"Buongiorno signor Ramirez, mi chiamo Eva, sono qui per assisterla e prendermi cura di lei." L'infermiera teneva in mano una siringa di morfina.
"Ora le farò una piccola iniezione per alleviare i dolori." Disse Eva, con voce calma. Lucas pensò a sua moglie, aveva lo stesso nome.
"Cosa mi state facendo? Perché mi avete legato? Non fatemi del male." Lucas iniziò a piagnucolare. "Per favore..." L'infermiera praticò l'iniezione.
La porta si aprì di nuovo. Entrò una equipe medica composta da dieci dottori col camice bianco. Si posizionaro al centro della stanza tranne uno che si avvicinò al letto di Lucas.
"Signor Ramirez, sono il dottor Hunter. Mi fa piacere vedere che è sveglio. Nell'attesa che si riprenda anche l'altro paziente, vorrei presentarmi e spiegarle il motivo della sua presenza qui." Lucas lo guardò con gli occhi sgranati e lucidi.
"Sono a capo di un gruppo di ricerca medico scientifica. I miei colleghi ed io, stiamo portando avanti un progetto ambizioso che prevede il trapianto di tutti gli arti del corpo. Come sa, o forse non sa, sino ad ora è stato provato il trapianto di un solo arto alla volta. Come ad esempio un braccio, e con discreti successi. Noi vogliamo spingerci oltre nelle molteplici operazioni di tutte le parti più importanti. Alcuni grandi dottori, prima di noi, hanno sempre creduto che la conservazione degli organi e dei tessuti umani dovesse avvenire a bassissime temperature, diciamo, nel ghiaccio. Ora si è scoperto che la migliore conservazione prevede esattamente l'opposto, e cioè una temperatura di circa trentasei gradi, che poi è quella del corpo umano. È stato provato che i tessuti e gli organi conservati in questo modo mantengono più a lungo le loro funzioni vitali, e hanno una maggiore possibilità di essere trapiantati con successo su un altro individuo. In virtù della sua malattia, ormai terminale, l'abbiamo scelta per questo progetto che ci permetterà di fare grandi passi da gigante nel mondo della chirurgia. Trapianteremo le sue gambe e le sue braccia su un soggetto affetto da tetramelia, che ha accettato di sottoporsi a questo intervento. Noi lo chiamiamo amichevolmente, l'uomo torcia. Un po' come il protagonista del grande capolavoro cinematografico Freaks."
Lucas, dopo le parole del dottor Hunter, cominciò a urlare con tutta la forza che aveva.
"Aiuto! Aiutatemi vi prego! Lasciatemi stare! Pazzi criminali che non siete altro! "Lucas ansimava in preda alla paura. Il dottor Hunter lo guardò con un mezzo sorriso e cerco di spiegare.
"È inutile che si metta a gridare, signor Ramirez. Nessuno può sentirla, siamo in un reparto speciale proprio sotto l'ospedale. Un luogo isolato. Questa stanza è stata creata apposta per portare avanti il nostro progetto."
"Ma quale progetto?" Disse Lucas, infervorato." Chiamate le cose col loro nome, brutti bastardi psicopatici! Questo è un esperimento e io non sono un topo da laboratorio! Come voi non siete dottori ma dei pazzi assassini!" Tentò di liberarsi in un gesto istintivo. Il dottor Hunter cominciò a camminare avanti e indietro, con un lieve sorriso sulle labbra.
"Mi dispiace che lei la veda in questo modo, signor Ramirez. Il problema dell'uomo è sempre lo stesso, da millenni. La paura della morte. L'uomo ha sempre rifiutato l'idea della morte. Solo a sentirne parlare si spaventa, e cerca in ogni modo di scacciare questo pensiero naturale che fa parte del ciclo vitale. È la cultura, sbagliata, che ha introdotto questa paura. Se solo non fossimo come bambini immaturi, capiremmo che non c'è niente di male nella morte, anzi. Perché da un certo punto di vista non esiste. Dovremmo renderci conto che è tanto bella ed essenziale quanto la vita. Se fossimo evoluti come gli antichi egizi, per esempio, vedremmo la morte come un qualcosa al servizio degli altri. Loro praticavano un vero e proprio culto della morte. Non la vedevano come la fine ma come un nuovo inizio. L'uomo di oggi, invece, resta attaccato alla vita anche quando sa che non c'è più niente da fare. Non accetta l'idea di morire nemmeno quando si ammala in modo irrecuperabile, come nel suo caso. Corpi agonizzanti, tutti i giorni si muovono in sofferenza attaccati alla speranza di una cura inutile. Salvo forse qualche raro caso, e di lieve entità. Lei si affanna a sottoporsi ogni quindici giorni a delle terapie invasive che non fanno altro che prolungare la sua agonia. Noi, invece, le diamo la possibilità di mettersi al servizio del futuro, del progresso. Anche da un punto di vista antropologico. Perché non capisce che la sua vita è al termine? Quale blocco mentale le impedisce di accettare la sua morte? Glielo dico io, la paura. Fino all'ultimo non riusciamo ad accettarlo. C'è la fase della rabbia, che lei sicuramente avrà già attraversato. Poi subentra la rassegnazione e la depressione. Infine, l'accettazione, forse negli ultimi giorni o addirittura nelle ultime ore di vita." Il dottor Hunter si fermò di colpo. Guardò Lucas, questa volta in modo serio, quasi inespressivo.
"Io ho accettato la mia morte già da tempo, signor Hunter." Disse Lucas, cercando di stare calmo. Evitò volutamente di chiamarlo dottore. "Non me ne frega niente dei suoi esperimenti, e non potete tenermi prigioniero senza il mio consenso." Guardò il dottor Hunter con aria di sfida.
"Ma lei non è un prigioniero. E non abbiamo bisogno del suo consenso, signor Ramirez, abbiamo già quello di sua moglie. Ha accettato e firmato per lei, a seguito di un risarcimento."
Il dottore chiamò l'infermiera chiedendo di portare il documento firmato. Lo mostrò a Lucas.
"Non è vero! Bastardi! Mia moglie non farebbe mai una cosa simile! E comunque sono in grado di intendere e di volere! Perciò sono ancora io a decidere della mia vita!" Lucas scoppiò in lacrime fissando il soffitto bianco. Ebbe un crisi di nervi.
"Mi dispiace signor Ramirez, ma forse lei non conosce bene sua moglie. Comunque ormai è qui, farebbe bene a cominciare ad accettare tutto questo. Non sentirà dolore, glielo assicuro. Sarà anestetizzato in modo locale, e se vuole la possiamo addormentare totalmente." Il dottore fece una pausa, poi continuò.
"Non pensiamo di ottenere chissà quali risultati, ovviamente. Il nostro progetto è ancora all'inizio e ci saranno delle complicazioni come è normale che sia. Ci basta solo riuscire a trapiantare i suoi arti contemporaneamente, o quasi, sperando di ricevere degli impulsi nervosi e dei risultati positivi. "
"Come un cazzo di Frankenstein." Sussurrò Lucas, mirando ancora il soffitto con gli occhi spenti.
"E quell'altro legato come me, sul letto...a cosa serve?" Chiese Lucas con voce flebile.
"È un altro malato terminale." Rispose il dottore. "È solo una riserva, chiamiamola così. Se dovesse andar male qualcosa con lei, signor Ramirez, avremo bisogno di una persona che ci possa offrire un'altra possibilità."
Lucas, in un impeto improvviso di energia scoppiò a ridere.
"Wow, che bello. Allora sono una prima scelta. Che onore. Carne di prima qualità, accuratamente selezionata. Anzi, carne marcia. Forse dovrei ringraziarvi." Disse Lucas, ironico. "Cosa farete se otterrete dei risultati? Mi darete una medaglia al valore? Mi intitolerete una corsia dell'ospedale? No, è chiaro. Siete talmente dei professionisti che avete bisogno di questa stanza sotterranea di cui nessuno forse conosce l'esistenza. Il contrario della luce del sole. Solo quella della sala operatoria è la vostra luce."
Il dottor Hunter fece un gesto d'intesa ai colleghi che iniziarono a parlare tra di loro. Erano rimasti in silenzio tutto quel tempo. Sistemarono il tavolo operatorio e alcuni si avvicinarono al letto di Lucas. Avevano dei bisturi in mano. L'infermiera uscì dalla stanza e rientrò poco dopo accompagnando su una sedia a rotelle il loro uomo torcia. Alcuni dottori lo sollevarono mettendolo sul tavolo al centro. Uno di loro preparò i tre farmaci anestetici.
Il dottor Hunter, guardò Lucas e gli chiese se volesse l'anestesia locale o quella totale. Lucas, agitato e sudato, cominciò a urlare di nuovo con le ultime forze che sentiva in corpo.
"Lasciatemi stare! Brutti bastardi lasciatemi!"
Si svegliò all'improvviso, nel buio della sua camera da letto. Col cuore in gola e ansimante rimase ad osservare il soffitto per qualche secondo. Per un momento non capì dove fosse. Si tolse le coperte di scatto e guardò il suo corpo. Tirò un sospiro di sollievo. Prese l'orologio dal comodino, erano le dieci e trenta del mattino. Cercò di respirare piano e di calmarsi. Prima di alzarsi per andare in bagno passarono diversi minuti.
Davanti allo specchio osservava il suo corpo sempre più magro, si sentiva fragile ogni giorno di più. Si vestì con calma poi chiamò la moglie, Eva.
Lei rispose dicendogli che era in salotto. Quando la raggiunse vide che era seduta al tavolo con un signore, distinto, vestito in giacca e cravatta. Stavano discutendo davanti a una tazza di caffè. Eva si accorse del marito.
"Tesoro... Ti presento il dottor Gunter. È a conoscenza delle tue condizioni di salute e mi stava parlando di un progetto importante in cui vorrebbe coinvolgerti. È a capo di un gruppo di medici specializzati."
Lucas lo fissò strabuzzando gli occhi. Il dottor Gunter accennò un sorriso. Aveva uno sguardo di ghiaccio.
Fine