"E anche questo è a posto." Disse Guido sottovoce dopo aver pulito a fondo il bagno. Era il custode del cimitero da vent'anni, e ogni giorno apriva e chiudeva alla solita ora facendo tutti quei piccoli lavoretti per curare e mantenere in ordine quel luogo sacro. Guido aveva settant'anni, perse la moglie appena dopo il matrimonio in un terribile incidente che spezzò la sua vita giovanissima. Da quel momento, decise di non innamorarsi più di nessun'altra avendo giurato amore eterno alla sua Giulia, al di là di qualsiasi credenza religiosa. Era rimasto solo, gli unici parenti che aveva erano il fratello e la cognata che non vedeva più da molto tempo.
Dopo aver sistemato le scale a castello nella loro ubicazione, si diresse verso l'uscita fermandosi come sempre davanti alla tomba della moglie. Guardava la sua fotografia tutti i giorni con gli occhi pieni di malinconia. Sistemò i fiori e rimase ad ammirare un pettirosso che si appoggiò sulla lapide. Dopo qualche cinguettio lo seguì volare via lontano. Andò all'uscita per chiudere il cimitero, puntuale alle quattro e mezza del pomeriggio. L'inverno era alle porte e le giornate erano sempre più corte. Non appena chiuse il cancello fissò ancora per un istante all'interno. Con un mezzo sorriso disse.
"Buona serata ragazzi. Domani ne arriverà un altro e mi raccomando, accoglietelo e prendetevi cura di lui."
Poi prese la strada di casa come tutti i giorni.
Molte ore dopo a mezzanotte circa, Mario e Luigi giocavano a carte come tutte le sere sulla solita lapide. Dopo l'ennesima partita persa Luigi sbottò.
"E che palle! Sei troppo fortunato, basta! Non è possibile."
Mario parlò convinto.
"Non è fortuna mio caro. Le carte sono un gioco di grande abilità, di memoria. La fortuna non c'entra niente."
"Si invece, hai fortuna! Peschi sempre le carte migliori e ti gira sempre bene!" Ribatté Luigi.
"Tutte le volte la stessa storia." Disse Mario. "Nelle carte devi essere abile nel giocare la briscola giusta, tenere a mente quali carte sono andate e quelle ancora disponibili. Sacrificare quelle importanti al momento giusto. Mi vuoi dire che quindici partite di fila vinte sono solo fortuna?"
Luigi non fece in tempo a rispondere che apparì Rosa e salutò entrambi.
"Ciao ragazzi, come va stasera?"
"Va come sempre, io vinco e lui si lamenta." Rispose Mario.
"Cos'è quel libro che hai in mano?" Chiese Luigi cambiando discorso.
"Oh questo... è una raccolta di poesie di Marina Cvetaeva, me la regalò mia madre per i miei diciott'anni. Ogni sera leggo una poesia diversa, ovviamente le ho lette e rilette molte volte ma mi piace provare a cogliere sfumature sempre nuove. Mi metto a guardare il cielo e cerco di immedesimarmi nella condizione della scrittrice, nel periodo e nei luoghi in cui ha vissuto."
Luigi dopo le parole di Rosa si rivolse a lei perplesso.
"Mah, ho sempre pensato che la poesia fosse roba per i deboli." Rosa lo guardò e disse.
"Beh, detto da uno che si è suicidato e non ha saputo affrontare le proprie difficoltà non ha molto senso."
"Touchè." Rispose Luigi.
Ad un tratto apparve Emilio, stizzito e nervoso. Gli altri tre lo salutarono chiedendogli dov'era stato. Lui rispose quasi agitato.
"È incredibile! Ho girato per tutto il cimitero e non ho trovato neanche l'ombra di un moccino. Ma possibile che tutti gli over sessanta che entrano qui ogni giorno abbiano smesso di fumare? Quanto mi piacerebbe che venisse qualche giovane ogni tanto. Quelli si che fumano e chissà quanti moccini potrebbero lasciare qua e là."
Rosa prese la parola.
"Ma che fine ha fatto la stecca di sigarette che avevi? Non dirmi che l'hai già finita? Se fossi stato più parsimonioso adesso ne avresti ancora qualcuna da fumare."
"E a cosa sarebbe servito comportarmi come dici tu? Sarei arrivato comunque a questo punto prima o poi, senza più nulla."
Rosa fece per rispondere ma si morse la lingua, cambiò discorso.
"A proposito, avete sentito oggi Guido quando è andato via? Ha detto che domani ne arriverà un altro. Chissà chi sarà?"
Luigi rispose.
"Sarà un altro suicida, almeno credo."
"Ma perché avrà detto quella frase secondo voi? Ogni tanto lo sento parlare sottovoce, quando passa tra le tombe. Non so con chi parli, mi sembra un brav'uomo, sempre attento a curare questo posto. Però vedo nei suoi occhi molta malinconia. Secondo voi ha capito che usciamo la notte?"
"Certo che ha capito." Disse sicuro Mario che proseguì. "Una notte ho dimenticato le carte sulla lapide e il giorno dopo le ho trovate sulla mia tomba."
Rosa sbigottita gli chiese.
"Davvero? E come faceva a sapere che erano tue?"
"Perché Guido è mio zio." Rispose Mario che continuò. "È lui che mi ha insegnato a giocare a carte, e non sono mai riuscito a batterlo. È un po' il mio maestro diciamo. La sera prima che arrivassi qui, durante la veglia, mise il mazzo di carte vicino alle mie mani."
Gli altri lo guardarono increduli. Emilio prese la parola.
"Anch'io credo che lo sappia. Una notte ho lasciato un mucchio di moccini vicino alla mia lapide e ha subito ripulito tutto la mattina dopo. Guido conosceva i miei genitori e sarà sicuramente andato alla veglia funebre a casa mia. Avrà visto per forza la stecca infilata nella bara."
Rosa chiese pensierosa.
"Secondo voi l'avrà raccontato a qualcuno?"
Luigi rispose.
"No di certo, chi vuoi che gli crederebbe? Lo prenderebbero per pazzo se andasse in giro a dire che i morti suicidi di questo cimitero escono la notte."
"Secondo voi, perché solo noi morti per suicidio possiamo uscire?" Chiese ancora Rosa mirando il cielo.
"Mah, chi lo sa! Misteri. Forse è una specie di seconda occasione solo per noi, una forma di redenzione. O una sorta di maledizione per via del gesto coraggioso ed egoista allo stesso tempo." Disse Luigi mescolando le carte.
Alle due di notte, il cielo stellato e la Luna illuminavano il cimitero. Emilio, esausto e annoiato per non aver trovato nessun moccino salutò tutti.
"Ciao ragazzi, vado a dormire. Voi che fate state fuori ancora un po'?
"Credo che andrò anch'io." Disse Rosa sbadigliando. "Ci vediamo domani buonanotte."
"Buonanotte!" Risposero in coro Mario e Luigi.
Il primo guardò il secondo che ricambiò sbuffando.
"Vuoi fare un'altra partita? Ma non ti basta avermi umiliato non so quante volte!?"
Mario rispose facendo l'occhiolino.
"Ancora una dai, poi andiamo a dormire. Non è per umiliarti ma per farti imparare."
Il mattino dopo il cimitero aprì alle otto in punto. Nel primo pomeriggio un carro funebre arrivò davanti al cancello e si fermò. Una folla enorme lo seguiva. Il prete e tutti i presenti pregarono per l'anima del defunto che fu poi tumulato nella tomba già acquistata da tempo.
La sera stessa, verso le undici, Mario uscì come al solito con le carte in mano per sfidare Luigi.
Non appena arrivò nei pressi della solita lapide vide Luigi in piedi mentre parlava e scherzava con una persona seduta al suo posto. Luigi si accorse dell'amico e gli rivolse la parola, pareva al settimo cielo.
"Ciao Mario! D'ora in poi giocherai con lui, almeno sarai più stimolato da un avversario degno di te."
Quando Mario si sedette al suo posto rimase di sasso. L'uomo davanti a lui lo salutò con un sorriso e gli chiese.
"Allora figliolo, come stai? Hai voglia di giocare e di farmi vedere i tuoi progressi?"
Mario rispose emozionato. "Ok..."
Guido prese le carte e cominciò a distribuirle per la prima di una sfida infinita.
Fine