ILPURGATORIO DEI FRIENDZONER ATTO PRIMO
Quando Sigismondo Rizieri era finito letteralmente per le strade, aveva scelto come nuova abitazione la cabina telefonica di Piazza dell'Oro, la più vicina al suo quartiere. E s'era ritenuto fortunatissimo di averla trovata priva di occupanti. Non tanto per il suo perduto appartamento, che oramai non avrebbe mai più riavuto indietro, quanto per il suo perduto amore a prima sonata: Marilia Malinverni. E non solo per lei, ma anche per una piccola bimba che gli metteva allegria al solo guardarla, quasi fosse la sua nipotina. Azzurra Malinverni, la figlioletta del defunto Aurelio, il fratello minore di Mattia, Annetta e Marilia, viveva con gli zii da quando aveva perso i genitori in quel tragico incidente del ponte che dava sul porto di Civitopia. Sigismondo la vedeva spesso attraversare la piazza, tenuta per la mano da zio Mattia, zia Marilia, ma soprattutto da zia Annetta. Quest’ultima, casalinga, aveva più tempo dei suoi fratelli per portare a spasso la piccola Azzurra, oppure per condurla con sé al supermercato in cui faceva abitualmente le spese per la casa. Facendo allora immancabilmente una sosta alla cabina telefonica di Rizieri quale tappa d'obbligo imperioso. Così come Sigismondo sospirava per Marilia, Annetta sospirava infatti per Sigismondo e quest’ultimo lo intuiva da tempo. Anzi, sospettava che Annetta, sua coetanea, gli corresse dietro sin dagli albori della loro conoscenza. Ma Sigismondo aveva sempre trovato l'amica d'infanzia insignificante: di un aspetto così qualunque, ma non solo. Sulla figura e sul viso di Annetta avrebbe anche potuto sorvolare, dato che dopotutto nemmeno Marilia era esattamente una diva del cinema. Ma la sorella più giovane aveva ambizioni, un gran talento per la musica e possedeva un'immensa cultura. Mentre Annetta, invece, come del resto d'abitudine della maggior parte dei civitesi, non aveva voluto studiare. Come tante, aveva preferito di gran lunga accontentarsi di un futuro da casalinga, così come molti uomini civitesi non aspiravano ad altro che a mansioni manuali di fatica. Non che vi fosse qualcosa di sbagliato in sè e per sè. I genitori dei fratelli Malinverni, così come quelli di Sigismondo e dei suoi nuovi amici e compagni di sventura Tancredi Della Valle e Mirta Margherita, quando questi erano ancora adolescenti e ragazzi, solevano rammentare ai figlioli che bisognava vergognarsi di rubare, mai di lavorare onestamente, quale che fosse l’impiego di turno. I problemi, semmai, erano fondamentalmente due: per prima cosa, a una casalinga che non arrivase mai a sposarsi e neppure potesse contare su familiari ragionevoli che si disponessero a mantenerla in cambio di fondamentali aiuti domestici, nulla restava se non un futuro d'abitante delle cabine telefoniche, alla morte dei genitori. Quanto poi alla totale mancanza di qualsivoglia ambizione da parte di un numero oltremodo consistente di civitesi, c'era da riflettere sul fatto che le mansioni umili, anzi utili, solevano figurare tra le più mal pagate e meno riconosciute dalla pietosa amministrazione cittadina. Manovali, muratori, magazzinieri e uomini e donne delle pulizie, tanto per menzionare le funzioni in cui la maggior parte dei civitesi erano impiegati, servivano più che altro a pagare imposte e balzelli di ogni genere e mantenere nel lusso i politici e i pochi altri esponenti dell’élite di Civitopia, in cambio di garanzie pressochè nulle.
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