LOTTA DURA SENZA PAURA atto quinto
Nel frattempo Giancinta aveva messo a parte la migliore amica Pasqua, la vicina dirimpettaia, dei suoi timori di perdere la nipotina Azzurra. Pasqua era la figlia degli oramai defunti coniugi Barberina, i cari vecchi amici di famiglia che si erano occupati di loro quando gli anziani coniugi Richetti si trovavano prossimi al trapasso. La ragazza l'aveva ascoltata con attenzione. Pasqua aveva allora venticinque anni all'incirca, studentessa all'Accademia di Belle Arti con il sogno di bambina di diventare pittrice, ma che da grande aveva iniziato a valutare l'insegnamento pur senza rinunciare alla pittura. Ritenendo che un impiego da insegnante si sarebbe rivelato più socialmente utile. Aveva quindi preso un indirizzo favorevole al relativo percorso, che comprendeva materie pedagogiche, psicologiche e didattiche. Aveva perso entrambi i genitori a metà del cammino universitario e per tal motivo non aveva ancora terminato gli studi. Li aveva interrotti qualche anno addietro per prendersi cura dei suoi cari, che avevano sviluppato un misterioso cancro dai sintomi che avevano fatto capolino soltanto quando era già troppo tardi. Non fosse stato per la signora Giacinta e un OSS, un ragazzo dell'est europeo conosciuto in ospedale a darle il cambio, per Pasqua sarebbe stato un anno più nero di quanto non fosse già stato. Al decesso dei genitori era rimasta a vivere nell'appartamento che aveva ereditato e aveva ripreso a studiare. Certa di non rimanere a Civitopia per sempre a dispetto delle restrizioni comunali, l'aveva ipotecato per riuscire a pagarsi quanto le restava del percorso di studi senza pensieri. Vero era che i genitori non l'avevano lasciata a piedi. Avevano un deposito in una banca britannica che manteneva una filiale a Civitopia. Non si fdavano, infatti, delle banche locali che ultimamente non facevano che fallire. Pasqua si era allora ritrovata in mano una discreta somma, un orologio e una collana d'oro appartenuti alla madre sin da giovane, custoditi nella stessa banca in cui si trovava il deposito. Ma le spese di mantenimento di case e appartamenti erano spropositate a Civitopia e Pasqua voleva assicurarsi di riuscire a terminare veramente gli studi. Discreti titoli che le avrebbero permesso di lasciare la città, oltre a conferirle un titolo socialmente utile, possibilmente senza vedersi costretta a vendere gli ori che aveva ereditato, che comunque non sarebbero stati sufficienti a pagare i rimanenti anni del suo corso di laurea. Pasqua studiava anche qualche altra lingua straniera, oltre allo standardizzato inglese offerto dall'università, da autodidatta, ovvio, per contenere le spese. Gli insegnanti che conoscevano bene più du una lingua straniera avevano il permesso di cercare lavoro fuori Civitopia e per Pasqua, senza più i suoi cari di cui sentiva parecchio la mancanza, non aveva più senso ammuffire in tal buco stagnante. Era ora di darsi da fare, ma prima ancora era ora di muoversi altrimenti per risolvere alla svelta la faccenda che tanti dispiaceri stava causando alla povera Giacinta. Per abbattere il decreto di adottabilità di Azzurra mancavano sedici firme e Pasqua si era messa prontamente all'opera per raccoglierle nell'ateneo in cui studiava. Undici studenti maggiori di ventuno anni avevano già firmato, Pasqua compresa. Mancavano però ancora cinque firme. La Barberina non intendeva però arrendersi a causa dei pusillanimi che avevano nicchiato: per timore di mettersi contro i cattedratici che appoggiavano il partito dell'attuale amministrazione civitese, svariati universitari avevano preferito astenersi. Se proprio si fosse reso necessario, Pasqua avrebbe aggiunto una materia al suo curriculum, arredamento d'interni, perchè sapeva che la docente e il suo assistente militavano nel partito dell'opposizione. E non avrebbero fatto storie per firmare la petizione di una loro alunna che andava contro i voleri del partito in carica. Giacinta era divenuta speranzosa. Appena avutane occasione, aveva presento l'amica ai suoi parenti politici, che l'avevano accolta con entusiasmo. La Barberina alla fine si era davvero iscritta al corso di arredamento d'interni, sia pure a prezzo del sacrificio di abbandonare una materia piú prettamente artistica per non vedersi costretta ad allungare i tempi di studio. Ma guadagnando altre due firme e anche l'eterna gratitudine dei Malinverni, della signora Giacinta e di sua figlia Rosa, che non voleva perdere la cuginetta piccina. Era stato Mattia Malinverni a scoprire per puro caso il sacrificio di Pasqua Barberina: il proprietario della fabbrica di camicie in cui lavorava, manteneva contatti personali con i professori e gli assistenti dell'Accademia di Belle Arti che remavano contro l'attuale amministrazione civitese. Sperava che quelle firme, tra le quali proprio la sua, infliggessero un duro colpo all'amministrazione di Civitopia, specialmente al segretario degli affari culturali che aveva in particolare uggia per aver promosso il taglio fondi all'istruzione pubblica. Ma soprattutto non sopportava le ingiustizie, specie verso i bambini e poi voleva molto bene a Mattia, che si era sempre dimostrato prima un impiegato e poi un dirigente ligio al dovere e all'ordine, avendo a cuore gli interessi della fabbrica e del suo proprietario. Mattia, Annetta, Marilia e Giacinta non avrebbero mai dimenticato quanto dovevano a Pasqua Barberina. Quarantasette firme raccolte fino a quel momento, tredici delle quali dovevano a Pasqua. Ma ne mancavano ancora tre all'appello.
Ps.: immagine Pixabay royalty free, autrice AnnaER (https://pixabay.com/es/photos/n%c3%bamero-digitos-cuarenta-y-siete-203199/)