Cosa deve essere frullato per la testa di Matteo Rovere quando ha deciso di girare Il primo Re è difficile dirlo.
Certo è che l'ambizione ha volte supera la fantasia e cosi l'Italia è stata protagonista di uno dei film più particolari dell'anno, sicuramente uno dei più difficili.
Non era infatti affatto facile girare un film mastodontico e farlo utilizzando una lingua obsoleta e sconosciuta come il protolatino arcaico.
Se vi stanno tornando in mente gli esperimenti di Mel Gibson con Apocalypto e La Passione di Cristo, siete sulla strada giusta.
Il primo re bazzica da quelle nobili zone per far suo questo filone filmico di tutto rispetto e difficile realizzazione.
Matteo Rovere ci riesce. L'esperimento viene apprezzato da pubblico e critica a tal punto che l'anno prossimo il film diverrà una serie tv da budget altissimo, in linea con molte produzioni internazionali.
Chi ha assistito alla gestazione della pellicola ha dichiarato che set cosi colossali in Italia non se ne erano mai visti, neppure quando cinecittà era il centro del mondo cinematografico.
Un vero e proprio colossal insomma.
L'ambizione di Rovere non si è di certo fermata li.
Oltre al set clamoroso, il linguaggio arcaico utilizzato per conferire maggiore realismo alla storia, è stata la storia stessa ad essere ambiziosa.
Raccontare le origini di Roma e del suo impero.
E da dove partire se non dalla nascita, la crescita, la formazione e la vita di chi Roma l'ha fondata.
E cosi il primo Re ci porta indietro agli anni in cui Roma un re non ce l'aveva ancora ma una serie di tribù in eterna lotta fra loro.
E da quel sangue, da quei riti, da quel caos nasceranno Romolo e Remo che ben presto, tra mille peripezie finiranno per smettere di essere umani e diventare mito.
Quel mito che da sempre popola le storie su Roma, alimenta leggende e soddisfa le più recondite fantasie di romani, italiani, europei e non.
E ciliegiena sulla torta ecco che arriva l'attore in grado di cambiare un qualsiasi film, forse l'unico attore italiano di livello fuori dal normale della sua generazione sul palcoscenico italiano.
Alessandro Borghi si prende sulle spalle il film con una prova come sempre fisica ed energeca ma anche sofferta e lacerante.
Una prova super che ancora di più lo erge ad attore dell'anno, del decennio e forse qualcosa in più in questa povera Italia cinematografica che se ha trovato in Sorrentino, Garrone, Costanzo, Guadagnino e tanti altri una nuova linfa autoriale, fatica a trovare interpreti all'altezza della nostra scuola.
E dunque Il primo Re non fallisce, non perdona, annoierà qualcuno di certo ma porta a casa un successo inatteso ed inquantificabile che va ben oltre gli incassi al botteghino, portando nel bel paese una nuova forma e una nuova voglia di fare cinema a livelli a cui non eravamo più abituati.