Questo racconto è stato scritto per partecipare a Theneverendingcontest n° 84 S4-P7-I2 di sulla base delle indicazioni del vincitore precedente
Tema: Incontro
Ambientazione: Sala giochi
La parte migliore di me
Quella sera avevo solo voglia di fare casino. La prof a scuola mi aveva schiaffato l’ennesimo 2 con nota sul registro per la mia indisciplina, e papà mi aveva fatto l’ennesima ramanzina mentre la mamma se ne stava in silenzio e con gli occhi umidi abbassati per la vergogna. Ma io me ne ero accorto appena: vedevo solo due cose, a quei tempi: la mia moto e la mia cresta, e quella sera ero incazzato nero col parrucchiere che aveva spuntato un centimetro di troppo i capelli di cui andavo fiero. Avevo preso la moto e spingendo al massimo sull’acceleratore ero corso in centro, alla sala giochi Lupin III, dove sapevo di trovare almeno un paio di compagni di baldoria. Dopo aver picchiato un po’ di personaggi con l’Akira di Virtua Fighter, oltre a qualche birra e uno spinello, anche il vecchio Donkey Kong sembrava divertente. Quello che non passava, invece, era l’adrenalina, e il desiderio di scaricarla. Uscii dalla sala giochi, ripresi la moto e nel parcheggio del locale iniziai a fare pericolosi giri a 8 sgommando a tutta velocità, fino a quando, perso il controllo per un istante, mi ritrovai a fare testa-coda mentre la moto scivolava via da me.
Qualche ammaccatura, niente di rotto, mi rialzai indolenzito ma incolume. La mia amata moto, invece, era finita a fare strike fra i bidoni dell’immondizia. Con un gran mal di testa e zoppicando andai a tirarla fuori da sotto tutta quella spazzatura. Fu allora che vidi un sacco nero muoversi in modo strano, poi uggiolare. Squarciai il sacco di plastica e tirai fuori il più bel musetto marrone del mondo. Dal primo istante in cui i nostri sguardi si incrociarono capii che eri un reietto come me e che non ti avrei mai abbandonato come aveva fatto qualche schifosa testa di cavolo chiudendoti in un lurido sacco nero come uno scarto. Ti avvolsi nel mio giubbotto di pelle nera e ti portai subito dentro la sala giochi, alla ricerca di acqua e magari di cibo. Facesti innamorare tutti, lì dentro, in un istante, con il tuo modo dolce e socievole, sempre allegro e delicato. Ti chiamai Brutus, era un nome degno del mio cane! Salvo poi portarti dal veterinario e scoprire che invece eri una Brenda.
Ti tenni in garage di nascosto per qualche giorno, tempo di portare a casa un paio di buoni voti e poi, inteneriti i miei con discorsi pieni di pentito cambiamento, ti presentai a casa. Conquistasti tutti anche lì, non ci fu storia. Mi insegnasti la costanza e il sacrificio necessari a prendersi cura di una creatura che dipende in tutto da te, ma ripagavi ogni singola fatica con un’infinita quantità di amore. Grazie a te ho conosciuto mia moglie e quando nacquero i nostri figli, che amavi e proteggevi come fossero i tuoi cuccioli, sapevo già cosa mi aspettava, ma grazie a te non mi spaventava affatto. Ho scelto di fare il veterinario per aiutare altri cani come te. Abbiamo aperto insieme il nostro rifugio per animali abbandonati, e abbiamo accolto di tutto, anche falconi e piccoli ricci.
Mi hai cambiato, mi hai cresciuto, mi hai dato molto di più tu di quanto io ti abbia mai potuto dare, e adesso che sono qui, solo, davanti alla tua piccola tomba nella campagna dei miei suoceri, mi tornano in mente tutti i momenti vissuti insieme a partire da quel fatale nostro primo incontro, quella sera di ventidue anni fa, nella spazzatura del parcheggio della sala giochi, quando con le mie stesse mani strappai quel sacco nero e ne venisti fuori tu, cara Brenda, e con te venne alla luce anche la parte migliore di me.