Katmandu. Bauddha Temple. Situato a circa 5 km dal centro di Kathmandu, la grandezza del suo mandala ne fa uno dei più grandi stupa del Nepal.
Oggi faccio un post diverso.
Non parlerò di tecnica ma userò la fotografia nella sua vera finalità, ovvero per tentare di raccontarvi qualcosa.
Qualche anno fa sono stato in India. Non il solito viaggio fatto di un girovagare curioso ma sono stato fermo in un posto preciso tentando di capire quel luogo. Prima di arrivare in India ho sostato qualche giorno a Katmandu, città di grande fascino non distante dall'Himalaya. E devo dire che il solo scorgere la catena montuosa più alta del mondo, con aggrappate addosso tutte le sue storie, fa provare un senso strano, un misto di riverenza e di attrazione.
Una panoramica verso l'Himalaya scattata dalle montagne che circondano Katmandu.
In quei giorni ho visitato quella mia prima città orientale, venendo a contatto con un mondo diverso, altro. Colori, odori forti, clacson che strombazzano, scooter che sfrecciano, sorrisi e monaci buddisti. Sono sempre stato attratto dalle filosofie orientali. Anche li per un misto di ammirazione e attrazione. Ma ad un primo impatto i monaci sembrano esseri di una dimensione parallela. Mi colpiva la loro calma, la loro presenza, i sorrisi.
Un Sadu, ovvero persona che dedica la propria vita alla ricerca del Sè, del divino. Dalla foto non si può capire, e neanche dal sorriso, ma il sadu in questione rimane sempre in quella nicchia in quanto senza gambe.
Bauddha Temple. Le preghiere sulle bandierine sono sempre mosse dal vento. Prega anche il vento. I cinque colori sono sistemati da sinistra a destra in uno specifico ordine: blu, bianco, rosso, verde e giallo. I cinque colori rappresentano i cinque elementi e le "Cinque pure luci".
“ Namastè “ è il saluto che ti rivolgono tutti, non solo i monaci, con la massima naturalezza. Anche entrando in un negozio ti salutano con un bel “ Namastè “.
L'equivalente del nostro buongiorno.
Ma chiedendo cosa vuol dire scopri che significa “ Saluto il divino che è in te “. Insomma un cambio di paradigma rispetto al nostro distratto salutare.
Un giorno mi arrampico fino al templio di Swayambhunath. Ci si arriva percorrendo una lunga scala letteralmente invasa dalle scimmie. Forse loro pensano la stessa cosa, ovvero all'invasione, visto che è casa loro da millenni. Arrivato in cima il paesaggio su Katmandu è spettacolare. Il templio è il solito tripudio di colori, bandierine, scimmie, ruote di preghiera e al centro lo “ stupa “ ovvero una sorta di cupola piena, che rappresenta il globo terrestre, e sopra di essa una struttura cubica su cui sono raffigurati gli occhi illuminati del buddha, simbolo di conoscenza e la compassione. Al di sopra degli occhi del Buddha vi è una struttura simile ad un alveare con 13 livelli che rappresentano gli stadi di elevazione per raggiungere il nirvana. Facile no ?
Un vecchio monaco nel Templio di Swayambhunath.
Mi siedo stanco della salita. Mi lascio cullare dai canti tibetani che arrivano lontani. Osservo le persone, le nuvole, le scimmie. Insomma quel lasciare andare gli occhi che in viaggio ci si può permettere. Di fronte a me siede un monaco con il suo libro di preghiera. Un bambino gioca sulle sue gambe. Raccoglie da terra un barattolo vuoto e lo lascia scivolare sulle gambe del monaco. Poi prende dei bastoncini e sempre li mette sulle ginocchia del monaco. Lui è immerso nella lettura di chissà quali mantra, preghiere che ai miei occhi di occidentale racchiudono i misteri dell'universo. Non si scompone. Lascia che il bambino, la vita, gli giochi addosso. Legge con calma. Mi lascio andare un po' alla sua calma e alla giocosità del bambino che si diverte ai piedi del monaco. La scena dura una mezz'oretta. Io guardo. Mi lascio guardare. Mi aspetto che da un momento all'altro il monaco si alzi, prenda il bambino per mano e lo porti chissà dove. E infatti così è. Ad un certo punto il monaco alza gli occhi dal libro, guarda in alto, chiude il libro con calma, lo mette nella sua borsa di tela, si alza con calma e si incammina. Solo. Il bambino rimane li a giocare con il suo barattolo. Tranquillo anche lui. Non si conoscevano. Nessun convenevole. Solo uno pezzetto di tempo e spazio condiviso per un attimo. Le ginocchia del monaco.
Ho intitolato questa foto " I miei occhi " perchè mi sento come quel bambino...
Om mani padme hum.
©Franco Borrelli. Tutte le immagini sono dell'autore.