Venti anni fa, nessuno di noi avrebbe potuto immaginare che la nostra vita sarebbe stata rivoluzionata in maniera epocale dall’avvento di internet.
Oggi, tutto quello che circonda, il nostro lavoro, i nostri rapporti sociali, le nostre passioni e il modo in cui la nostra società funziona, é dipendente, a volte in parte e a volte completamente, da Internet.
É incredibile, se ci pensate. E ancora più incredibile é il fatto che, in un mondo di leggi e regolamentazioni, Internet sia rimasto quasi completamente non regolato: uno strumento pubblico, di (quasi) libero accesso da chiunque. Un mondo aperto, un open source che non appartiene a nessuno e su cui nessuno ha la sovranità, in cui tutto è possibile e alla portata di tutti.
Non crediate però che nessuno abbia tentato di regolamentare l’universo di Internet! Ci hanno provato in molti e numerosi governi non chiederebbero di meglio che di poter emanare le loro leggi e controllare infine l’incubo anarchico che per loro rappresenta Internet.
Ma la realtà é che i nostri governi sono rimasti anni-luce indietro rispetto ai progressi tecnologici che sono avvenuti negli ultimi anni e legiferare in maniera democratica su un mostro a milioni di teste é ben al di fuori della loro capacità.
Certo, in dittatura é tutto più semplice, e l’abbiamo visto nella facilità con cui certi paesi hanno semplicemente bloccato l’accesso a certi siti o censurato determinati contenuti senza che i loro cittadini potessero battere ciglio.
Fortunatamente, nel mondo occidentale, la questione è ben più complessa e tali manovre non avrebbero successo con la popolazione…o almeno così si spera.
Del resto, la realtà in cui qualsiasi tipo di informazione è libera e incensurabile é ormai parte delle nostre vite e molti di noi considerano l’accesso a internet un vero diritto fondamentale e inalienabile, alla stregua del diritto alla libertà di pensiero e di culto.
Esistono però modi più subdoli in cui un certo tipo di informazione e opinione possono essere censurati per preservare gli interessi di alcuni, senza dare troppo nell’occhio.
Ed è precisamente quello che si sospetta stia succedendo in questi ultimi mesi su Youtube, Twitter e altri siti mastodontici in cui un numero di attivisti politici o blogger d’informazione “alternativa” si sono visti sopprimere i propri canali, i propri video o tweet, per aver espresso opinioni reputate “non idonee” con il codice etico dei suddetti siti.
É da chiarire che qui non stiamo parlando di utilizzatori che si sono macchiati di atti criminali. Come sappiamo, la galassia di Internet è uno spazio in cui i perversi, i pedofili, i trafficanti e la peggiore feccia dell’umanità è libera di razzolare impunita e in maniera quasi completamente anonima.
E questo è assolutamente un enorme problema che i nostri governi dovrebbero affrontare sia nel mondo reale che in quello virtuale attraverso l'applicazione del diritto penale.
Così come i rapporti commerciali digitali sono in parte regolati dal diritto commerciale e la creazione di contenuto é (malamente) governata dal diritto della proprietà intellettuale.
Ma chi garantisce la protezione dei diritti dell'utilizzatore della rete?
Perché qui si sta parlando di bloccare un servizio che, come abbiamo detto, è considerato da tanti come un diritto fondamentale, e cioè l’accesso a Internet e ai suoi mille usi, a qualcuno che semplicemente esprime un’opinione che, evidentemente, a qualcun’altro non piace.
La recente demonetizzazione e eliminazione di una serie di account su Twitter e Youtube non è forse, a tutti gli effetti, censura? Che poi la si voglia nascondere sotto le mille parole del nuovo gergo quali “Hate speech”, “Fake news” o “Politically correctness” poco importa, dal punto di vista della sostanza.
La sostanza é che, così come non si può discriminare in base al genere, sesso o religione, non si dovrebbe poter discriminare in base al contenuto. Specialmente se questo contenuto non rappresenta un pericolo fisico o imminente per nessuno.
Ed è per questa precisa ragione che nel Gennaio 2018, il CEO della multinazionale AT&T, la più grossa ditta di telecomunicazioni al mondo, ha scritto al Congress Americano per ribadire l’esigenza di produrre un Internet Bills of Rights. E cioè una costituzione per tutelare i diritti fondamentali degli utilizzatori di Internet.
Dico ribadire, perchè l’idea di un Internet Bill of Rights non é affatto nuova e anzi, galleggia nelle menti di tanti, dagli anni 90 ed è stata più volte discussa da esperti e non sia dal punto di vista filosofico che quello pratico.
I promotori di tale legislazione non chiedono assolutamente che si instauri un organo sovrano di internet. Non è questo il punto. Secondo loro, nessuno dovrebbe essere a capo di Internet, perchè, in quanto open source, siamo tutti a capo di Internet.
L‘idea è quella di stabilire e fare rispettare i punti fondamentali su cui si basa Internet e proteggerlo come lo strumento di pubblica utilità e di realizzazione sociale e lavorativa che è diventato.
Alcuni dei principi che negli anni sono affiorati e che potrebbero e dovrebbero essere affrontati qualora un Internet Bill of Rights fosse concordato sono i seguenti:
LIBERO ACCESSO ALLA RETE
Visto che Internet è così fondamentale per la vita di tutti, non dovrebbe essere accessibile da chiunque, universalmente e gratuitamente?
LIBERTA’ DI ESPRESSIONE
Ovvero la libertà di professare il proprio pensiero su Internet senza restrizioni o censure laddove non ci sia un comportamento che sarebbe reputato sanzionabile in un contesto non digitale.
DIRITTO ALLA PRIVACY
Diritto a sapere trasparentemente dove vanno a finire le informazioni e i dati personali degli utilizzatori della rete. Sappiamo bene che al momento la situazione é a dir poco fumosa.
DIRITTO ALLA NEUTRALITA’ DELLA RETE
La garanzia che le informazioni su Internet possano essere scambiate liberamente senza discriminazioni riguardanti il contenuto, il mittente o il ricevente.
A questi diritti, che sono considerati essenziali, si potrebbero aggiungere il diritto all’anonimato, il diritto all’oblio e il diritto all’inviolabilità dei sistemi informatici. Sono tanti in realtà i principi che dovrebbero essere garantiti in modo che l’utilizzatore sia tutelato nel suo uso della rete.
Certo, tutto ciò potrebbe avere una qualche valenza legale solo se fosse deciso in accordo unanime da un alto numero di paesi visto che Internet trascende i confini nazionali e se ne frega della frontiere.
Il che rende tutto il progetto un’utopia?
Forse, ma non dimentichiamoci che l’Italia nel 2015 ha sfornato, non senza fatica, la sua Dichiarazione dei Diritti di Internet, un documento ovviamente non vincolante , visto che non è una legge, ma che sancisce una serie di principi per garantire una giusta e necessaria protezione per gli utilizzatori della rete.
Una costituzione digitale unica al mondo, fiertà per l’Italia che in questo caso si é rivelata pioniera per la protezione dei diritti dei naviganti della rete.
Chissà se il mondo vedrà mai un Internet Bill of Rights universale, così come si auspicano i suoi promotori.
Certo è che il mondo della rete è una giungla vasta e spietata dove l’utilizzatore non è altro che una piccola gazzella di fronte a un branco di mega multinazionali che, ancora una volta, fanno la parte dei leoni inferociti. Conviene stare con gli occhi e le orecchie aperte se non si vuole essere inghiottiti.
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Alcuni link per l'approfondimento: