“Noi crediamo che per legge di natura
chi è più forte comandi"
Tucidide.
C’è un bellissimo passo della "Guerra del Peloponneso" di Tucidide, collocato nel V libro, nel quale lo storico ricostruisce il dialogo tra i diplomatici ateniesi e gli abitanti dell’isola di Melo, prima che Atene compia la distruzione militare della città. Il dialogo è molto significativo perché porta alla luce alcune sfumature profonde e terrificanti dell’operare del potere e della logica politica, che offrono spunti di riflessione per valutare l’attuale difficile scena politica italiana post-elettorale. Sullo sfondo del racconto c’è la guerra tra Atene e Sparta. ll dialogo si svolge i governanti di Melo e gli ambasciatori ateniesi, giunti nell’isola con un contingente per convincere i Melii, fino ad allora neutrali, a prender parte alla guerra al loro fianco. Tucidide ci narra che i Melii avevano mantenuto una posizione di neutralità e fino a quel momento non avevano voluto prender parte alle spedizioni militari di nessuna delle due potenze.
L’episodio che fa da sfondo al dialogo è una situazione immaginaria ma ideale, perché vede contrapposte una grande potenza politica e militare che esercita il suo potere nei confronti di un minuscolo stato neutrale, nella sostanziale indifferenza dell’altra grande potenza, Sparta.
I Melii chiedono di essere riconosciuti nel loro diritto alla neutralità, basato su criteri di giustizia condivisa nonché sulla autonomia rispettosa e reciproca tra città stato (poleis). Chiedono pertanto di essere risparmiati dalla guerra.
La risposta dei diplomatici ateniesi, invece, è basata solo sulla più spietata strategia di potere, nella sua più lucida consapevolezza.
"E che noi restando in pace fossimo amici invece che nemici, ma alleati di nessuna delle due parti, non l’accettereste?", chiedono i Meli.
Ma gli Ateniesi si oppongono e respingono recisamente la richiesta: “No, perché la vostra ostilità non ci danneggia tanto quanto la vostra amicizia, manifesto esempio per i sudditi della nostra debolezza, mentre l’odio lo è della nostra potenza”.
La risposta è agghiacciante e bellissima al tempo stesso, perché coglie uno dei volti del potere. Il potere, per essere tale, si deve manifestare lucidamente: e che cosa c’è di meglio dell’odio dei sottomessi al potere stesso che può testimoniare la sua presenza?
Per questa ragione il potere non può tollerare la pace, la relazione di amicizia, perché sono esse stesse la negazione del potere. Gli Ateniesi sanno che se non distruggeranno l’isola di Melo questo potrebbe costituire un cattivo esempio per gli altri popoli sudditi che li potrebbero credere deboli e ribellarsi. E’ la logica della sottomissione e dell’imperialismo. Alle ragioni di equità e di giustizia e di neutralità la potenza egemone oppone ragioni strategiche imperialistiche e politiche, ma soprattutto negano il valore di qualunque regola o patto che non tenga conto della disparità di forze.
Nella narrazione di Tucidide l’episodio mette in luce la prevalenza del diritto del più forte su qualunque criterio di giustizia, equità, accordo. I Melii, come ultima ratio, evocano l’aiuto degli dei a sostegno della loro giusta causa. Ma la risposta degli ateniesi è implacabile ed è una sorta di epigrafe del potere:
“Noi crediamo infatti che per legge di natura chi è più forte comandi: che questo lo faccia la divinità lo crediamo per convinzione, che lo facciano gli uomini, lo crediamo perché è evidente. E ci serviamo di questa legge senza averla istituita noi per primi, ma perché l’abbiamo ricevuta già esistente e la lasceremo valida per tutta l’eternità, certi che voi e altri vi sareste comportati nello stesso modo se vi foste trovati padroni della nostra stessa potenza”.
La narrazione di Tucidide è straordinariamente attuale. Il rapporto di potere tra Melii e Ateniesi presenta alcune analogie con il rapporto tra l’Italia e le istituzioni dell’Unione Europea in questo periodo successivo al voto, che ha segnato la vittoria dei partiti euroscettici, con programmi critici rispetto alle politiche europee, accusate di impoverire gli stati membri poveri e di condizionare in negativo la loro economia nazionale, peggiorando le condizioni di vita dei cittadini. Il paragone non è del tutto proprio, dato che il nostro Paese fa parte dell’Unione europea. Ma il comportamento delle istituzioni europee, che non vedono di buon occhio l’insediarsi un governo euroscettico in Italia, in questo faticoso periodo post elettorale ha più volte assunto le sembianze dell’esercizio del potere posto in essere dagli Ateniesi nei confronti dei Meli.
Basti solo ricordare gli strali della Commissione europea, iniziati subito dopo gli esiti – non graditi - del voto: un continuo stillicidio di velate minacce, finalizzate a ricordare gli asseriti “squilibri macroeconomici eccessivi” del Paese a causa del debito pubblico troppo alto e della produttività troppo bassa, agitando lo spauracchio dell’attivazione delle procedure di infrazione. Come se per un Paese in grave crisi economica, che sta vivendo anni di continui tagli alla spesa pubblica e di difficoltà produttive, oltre che di impoverimento generale, fosse semplice iniziare a riprendersi. E come se il voto che ha dato democraticamente rilievo al malessere generale sia una sorta di grave colpa da punire.
Insomma, cambiano i tempi, cambiano i modi, cambiano i sistemi, ma la logica del potere rimane la stessa.
“La vostra ostilità è testimonianza della nostra potenza”.
Bibliografia:
Tucidide, La guerra del Peloponneso, trad. di F. Ferrari, Milano, Rizzoli, 1985, vol. II, libro V.
http://online.scuola.zanichelli.it/lezionifilosofia-files/volume-a/u2/U2-L01_zanichelli_Tucidide.pdf