"Cerca una maglia rotta nella rete
che ci stringe, tu balza fuori, fuggi!"
(Montale, In limine, da "Ossi di Seppia").
Leggere le pagine scritte dal filosofo francese Michel Foucault sul tema del potere significa affrontare un viaggio intellettualmente affascinante, che ribalta e mette in discussione idee e prospettive comunemente radicate.
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In genere pensiamo al potere come ad un fenomeno che discende dall’alto verso il basso, collocato in una sorta di piramide, al cui vertice sta il detentore del potere che impartisce ordini e direttive nei confronti di coloro che sono tenuti a ubbidire, posti alla base. La nostra è un’idea di potere di tipo giuridico, basata sul comando e rappresentata da una struttura piramidale, che vede un vertice collocato in posizione apicale, il detentore del potere stesso.
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Foucault rovescia questa prospettiva e si interessa del fenomeno del potere in un’ottica differente, distante da quella giuridica. Egli guarda al potere partendo dal basso e dalle estremità della sua manifestazione: con le sue parole, “si tratta di cogliere il potere alle sue estremità, nelle sue ultime terminazioni, là dove diventa capillare, di prendere cioè il potere nelle sue forme ed istituzioni più regionali, più locali, soprattutto là dove, scavalcando le regole del diritto che l’organizzano e lo delimitano, si prolunga al di là di esse” (così Foucault [1] pp. 182-183). Il filosofo francese guarda cioè al potere nel suo campo di applicazione, “là dove, cioè, si impianta e produce effetti reali” (così Foucault, ivi). Pertanto, egli, ad esempio, non si interessa tanto al potere “astratto” di punire inserito nell’ambito della sovranità di uno Stato, ma piuttosto analizza ed esamina la concreta realizzazione della punizione, nonchè il modo con il quale il diritto di punire prende corpo nella realtà. Bellissime e sconvolgenti sono le pagine del libro “Sorvegliare e punire. Nascita della prigione,” [2], nelle quali Foucault analizza l’istituzione del carcere, visto e sezionato come realizzazione concreta nonché come reale esplicazione del potere punitivo.
Panopticon di J. Bentham. L’immagine è tratta da wikimedia commons ed è liberamente utilizzabile.
Vi è un altro profilo molto interessante. Il potere, nell’opera del filosofo francese, è non considerato come un fenomeno di dominazione di un soggetto su un altro ovvero su un gruppo di individui, è invece letto come un fenomeno che si propaga in modo esteso e in forma di rete. In altri termini, alla forma semplice della piramide del potere giuridico, Foucault contrappone una struttura reticolare complessa: “il potere deve essere considerato come qualcosa che circola in forma reticolare, o piuttosto come qualcosa che funziona a catena. Non è mai localizzato qui o lì, non è mai nelle mani di alcuni, non è mai appropriato come una ricchezza o un bene. Il potere funziona e si esercita in forma reticolare” (Foucault [1] p. 184).
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In virtù della struttura reticolare, le maglie della rete fanno sì che i soggetti siano in continua circolazione e in posizione intercambiabile, ossia si trovino in condizione di esercitare ovvero di subire il potere, di esserne il bersaglio ma anche gli elementi di raccordo che permettono al potere stesso di circolare nella struttura estesa.
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La concezione del potere di Foucault è complessa e molto affasciante. La sua lettura è anche particolarmente attuale e visionaria. Nell’epoca della tecnologia e di internet, dove i rapporti sociali ed economici si svolgono sempre di più attraverso la rete informatica e tecnologica, l’intuizione di Foucault ha colto quella che è, oggi, una certezza del presente e che sarà, domani, una grande verità del futuro: "il potere è rete", e grazie a Internet e alla tecnologia informatica, lo sarà sempre di più.
Bibliografia:
[1] Foucault, "Microfisica del potere. Interventi politici", tr. it., 1977, Torino.
[2] Foucault, "Sorvegliare e punire. Nascita della prigione”, Parigi, 1975, trad. it. Torino, 1976.
[3] Honnet, "Critica del potere", tr. it., Bari, 2002.