Ritorno su un tema che in molti hanno affrontato, la questione catalana, presentando il mio punto di vista, un po’ diverso da quello che ho incontrato tra voi.
Uno dei più recenti interventi su questo argomento, scritto da , è difficilmente uguagliabile in bellezza, contenuto e sotto l’aspetto delle tante dimensioni che offre, tra il passato (magistralmente documentato) e il presente, tra i momenti di vita dell’autrice e la cronaca esterna.
Un passaggio, però, mi ha fatto fermare:
in un mondo globalizzato non apprezzo la parcellizzazione di un'Europa che dovrebbe, al contrario, fare maggiori sforzi per unire i propri intenti in materia di politica interna ed estera.
Secondo me, innanzitutto, dobbiamo riflettere sul senso della globalizzazione (per quanto possiamo riflettere su un argomento così ampio). Ho spesso incontrato confusione tra la globalizzazione dell’economia (o della cultura) e l’accentramento politico.
Un esempio è l’Unione Europea, nata come comunità (ricordiamoci questo termine) europea del carbone e dell’acciaio (1951), ovvero come un mercato comune. Per scongiurare nuove guerre il primo passo fu abolire dazi doganali e barriere commerciali su queste due materie prime così significative e determinanti nella storia del continente.
Un’ottima idea, a mio avviso. Uno dei più grandi economisti di tutti tempi, il francese Frédéric Bastiat, giustamente disse che laddove non passano le merci, passeranno gli eserciti. Se vi trovate vicino alla chiesa di San Luigi dei Francesi, potete porgere un saluto alla tomba di questo filosofo e politico dell’Ottocento, tra un quadro del Caravaggio e l’altro.
Settanta anni più tardi, non viviamo più all’interno di una comunità, viviamo all’interno di un’unione. Facciamo caso anche a questo termine. Nella storia recente, l’altra Unione, anch’essa frutto di un progetto rivoluzionario, è stata quella Sovietica. Quest’ultima percorse una strada di accentramento politico che alcuni attualmente sembrano auspicare per il nostro continente.
Però - e arrivo al primo punto - la globalizzazione economica e l’accentramento politico sono due cose nettamente distinte. Due o più paesi possono trovare accordi commerciali, creando così un mercato unico, senza dover necessariamente avere le stesse leggi o lo stesso Parlamento. E’, secondo me, un vero peccato che l’Europa non si sia fermata alla creazione di un mercato unico, alla libertà di passaggio per merci, capitali e persone, ma abbia voluto intraprendere un accentramento monetario (euro e banca centrale europea). E’ la libertà degli scambi e dei commerci che fa prosperare un paese, non la moneta che usa.
Oggi, di fronte alle grande sfide dei nostri tempi, sia in politica interna che in politica estera, è bene riflettere su quale strada vogliamo prendere.
Le guerre greco-persiane
Davvero non si possono affrontare grandi sfide di politica estera, essendo politicamente divisi?
La storia delle guerre greco-persiane dimostra il contrario: nel quinto secolo avanti Cristo decine di città-Stato che per anni si erano fatte guerra l’una contro l’altra si allearono e respinsero l’invasione dei Persiani.
Non fu certo un’alleanza semplice. Nella prima guerra persiana, scoppiata nel 492 a.C., questa intesa tra poleis non ebbe luogo e Atene si trovò a respingere a Maratona l’esercito del re Dario, senza contare sull’appoggio del Peloponneso.
Nella seconda guerra persiana, invece, di fronte ad un esercito che lo storico Erodoto descrisse (con una probabile iperbole) come formato da un milione di uomini, l’alleanza si formò, portò alla lega Panellenica e permise di respingere gli invasori. Con la battaglia di Platea (479 a.C.) l’intesa tra città-Stato come Atene, Sparta e Corinto, convinse il re Serse alla ritirata.
Quale strada per l’Europa?
2.500 anni più tardi, un giovanissimo e promettente capo di Stato francese pronuncia in una delle più antiche università un discorso che molti giornali intitolano come una visione ambiziosa per l’Europa. Di fronte al rischio di divisione (Brexit), dei populismi e delle migrazioni, il presidente Macron propone di unirsi di più: un unico ministro delle finanze, un unico budget per la difesa, con “una dottrina comune” e una “forza di intervento comune”. Di fronte alle migrazione propone una politica unica per integrare i migranti e di centralizzare le banche dati biometriche.
Il messaggio più forte che il francese rivolge agli altri stati europei è molto semplice: “o così, o Pomì”.
Et je le dis à tous les dirigeants européens, je le dis à tous les parlementaires en Europe, je le dis à tous les peuples européens : regardez notre époque, regardez-la en face et vous verrez que vous n’avez pas le choix (discorso completo in francese e sintesi in inglese)
Come dire: di fronte alla straordinarietà dei tempi che viviamo, non c’è altra scelta per gli Stati europei se non quella di rendere comuni più funzioni (iniziando con spesa pubblica e difesa). Un grande Stato per affrontare grandi sfide. Una grande Europa per affrontare grandi pericoli.
Conclusione
Beh, ecco, forse non è proprio vero che l’accentramento politico sia l’unica strategia che l’Europa può adottare oggi. La grandezza non ha permesso all’Unione Sovietica di affrontare la maggiore sfida di tutte, il cambiamento, come non è bastato all’impero Romano avere un solo esercito, un’unica moneta e un’unica legge per respingere le invasioni barbariche.
Stiamo andando avanti a forza d’inerzia sulla strada dell’accentramento. Il mondo decentralizzato delle criptovalute dovrebbe quanto meno stimolarci ad immaginare un’alternativa. In questo momento, mi dispiace, non so formularla (anche se, istintivamente, andrei a cercare ispirazione più tra le città-Stato greche, piuttosto che nell’impero romano).
E, concordo con , l’alternativa non è certo quella dei rivoluzionari coi capelli a cazzarola. Ma che grandi sfide o grandi orizzonti richiedano anche un grande Stato, questa no, non mi sento di accettarla. Grandi uomini e grandi donne, quello indubbiamente sì, e grandi alleanze tra loro.
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