Il parto, l’esperienza probabilmente più forte nella vita di una donna, sta sempre più diventando distaccata e sterile?
Riteniamo non deontologicamente corretto se infermiere e medici provassero simpatia per i loro pazienti, non è questo che gli chiediamo, quanto la consapevolezza dell'altro come persona.
La rivoluzione all'interno degli ospedali è ancora tutta da fare. Essi pongono gli stessi problemi di rapporto interpersonale che esistono all'interno di altre istituzioni: l'ospedale psichiatrico, la scuola, il carcere, i ricoveri per gli orfani e così via, con l'aggravante della presenza del dolore, della malattia, della paura della sofferenza e dell'incombenza angosciosa della morte. Tecniche psicologiche che consentono di analizzare i rapporti interpersonali, usate sistematicamente negli ospedali, nelle scuole di medicina o di ostetricia, potrebbero prevenire tanta deformazione di rapporti: esse contribuirebbero a rafforzare le strutture psicologiche del personale, che si difende da un lavoro stressante sul piano emotivo, negando la possibilità di una relazione umanizzata all'interno dell'istituzione.
Nella mia esperienza del parto, mi sono per tempo accertata di come si nasce in questo o quell'altro ospedale per scegliere... il meno peggio, cercando di sapere in anticipo il tipo di pressioni e di interventi che vengono effettuati sulla madre, anche a sua insaputa.
Oggi l'uso generalizzato di farmaci che accelerano il parto (in particolare la famosa ossitocina) condiziona tempi e modalità del travaglio e dell'espulsione. I bambini raramente nascono di notte o la domenica, (per non disturbare troppo il personale sanitario), il parto è più veloce, programmato.
Di nuovo a noi donne viene sottratto il parto, non più con la passività indotta da un bonario e paternalistico: “Non ci pensi, ci siamo qui noi”, ma con i farmaci, il monitoraggio, il vacuum o altre diavolerie sempre più... scientifiche, anche quando non se ne ha bisogno. Se poi la donna si è preparata e sa come gestire le contrazioni con la respirazione e con il rilasciamento, rischia di venire brutalizzata da qualche ostetrica all'oscuro di nuove tecniche di psicoprofilassi con un: “Ma che sta facendo? Si svegli! Vuol far morire il bambino?!”.
No, non si può andare al parto senza essere agguerriti oltre che preparati, è meglio sapere in anticipo che tipo di ostilità s'incontreranno e informarsi se si può essere accompagnati da una persona tranquilla e di tutta fiducia. Un parto mal fatto lascia segni troppo pesanti perché lo si possa abbandonare al caso. A volte risulta necessario coalizzarsi con altri gruppi di donne o con altre coppie per ottenere assistenza adeguata dall'ospedale, senza compromessi che danneggino madre e bambino. Proprio perché si è ceduto tutto il potere ai medici, si è giunti a questi eccessi - purtroppo sempre più diffusi - di disumanizzazione, che del resto si verificano in egual misura in tutti i reparti, dalla pediatria alla geriatria, dalla medicina interna alla chirurgia. Sono argomenti da affrontare seriamente, perché l’ospedale cessi di essere per chiunque sia costretto ad entrarvi quell'esperienza di allucinante distacco, di annullamento della persona quale è oggi troppo spesso. Un'alternativa potrebbe essere il parto in casa, come si cerca di fare in altri paesi europei incoraggiando chi vuole realizzarlo con regolari visite preventive, un'assistenza domiciliare accurata e la facilità di ricoveri urgenti nel caso di rischi durante o dopo il parto. Da noi questo, in meno di trent'anni, è diventato pressoché inattuabile anche perché sono rarissime le ostetriche disposte a seguire un parto in casa e i medici fanno opposizione.
Riusciremo noi donne a riprenderci il parto?
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