"Ti parlo della primavera del 1989, o giù di lì.
Una mattina me ne stavo seduta di fronte a del pane nero e del formaggio, in quello spazio che stava isolato come un regalo fra la strada trafficata e il mio piccolo appartamento in Bernauer Straße.
Era un momento importantissimo della mia vita; Non mi rimaneva che decidere se pormi o meno la domanda su che diamine potesse esserci dietro a quel muro.
La soluzione a quel dubbio, come mai mi era capitato fino a quel momento, si presentò da sola.
Chiusi gli occhi e mi appisolai di nuovo, sotto un sole tiepido."
A nessuno è dato comprovare con certezza inappellabile che queste righe appartengano proprio a quei primi diari che la giornalista Katarina Krieger denuncio come trafugategli dalla Stasi. Ciò non di meno, su queste lettere lo scrittore e regista belga Luc Leroy premeditò quella parentela letteraria e quelle affinità intellettuali che la affiancarono alla scrittrice Anna Politkovskaja e al poliedrico Eduard Limonov, senza dimenticare di sottolineare quanto alcuni di quei passaggi influenzarono e influenzano tutt'ora i testi di alcuni gruppi come le Pussy Riot.
Fuggita dalla Germania dell’Est attraverso l’Ungheria nei primi giorni del settembre del 1989, poco prima che le correnti forti in seno al PCUS si rendessero conto dei segnali di debolezza che stavano inviando al resto del mondo e, congelassero ogni possibile rapporto con l’occidente.
Le sue opere, così fulgidamente introspettive, sembrano tuttavia disancorarsi dalle metriche e dalla retorica anti sovietica e nord europea, quanto più influenzate, quasi per una forma di infatuazione, dalla narrativa statunitense.
A questo proposito, nella raccolta Finzioni, Borges lascia scritto che a dispetto di ogni interiezione o iperbole anglofona, la Krieger rappresenta l’esempio di quell’emancipazione femminile che mai svela, nelle sue visioni, quell’intricata rosa Rossa sbocciata fra le pagine della sua pubertà. Disegnando l’opera di una scrittrice che non sembra perdersi in quella che si può definire come la sindrome di Pierre Menard e, la sua infausta e imperitura idea di riscrivere una battaglia contro dei mulini a vento.
Riferendosi con tutto ciò ad una enumerazione di testi e di poesie liberi da quella costante ed esplicita condanna al regime a cui fu assoggettata, se non celati nei richiami di immagini laconiche e cariche di autoironia.
Ciò detto, dobbiamo dimostrarci consapevoli, così come Borges stesso ci insegna, che siamo complici della debolezza di quell'idioma che noi stessi abbiamo immaginato. Per questo motivo, se mai fosse possibile circoscrivere un perimetro che delimiti tanto il pensiero collettivo quanto quello di ogni singolo artista, dobbiamo tuttavia ammettere che l’ultimo libro che la Krieger scrisse poco prima della sua inattesa morte: “Mio cugino sotto le iniezioni della Stasi e l’Oral-turinabol”, rappresenta un eccezione a quanto sopra per intero riportato.
Siamo colti dal sospetto che affermare, come a fatto Umberto Eco, che tutto nacque nel 1989, quando la Krieger venne aiutata a fuggire attraverso l’Italia, mentre i suoi connazionali in fuga venivano caricati sui treni e riportati nella Germania dell’Est per essere sottoposti a rieducazione, possa voler sottintendere l’omissione di un precedente destino. Aggiungere che la fuga da Venezia a Austin l’ha consegnata a nuova vita, può solo definire uno dei contorni intellettuali dai quali la sua opera ha trovato ispirazione. Aiutandoci tuttavia a scovare, quel luogo dove, a tutt’oggi, non è impensabile percepire il profumo di quella tazza di caffè che accompagnava ogni sua riga.
A seguito della collaborazione con il filosofo americano Wilson Denwey, da cui nasce il saggio “Due Vie per l’Occidente” la Krieger scrisse:
“Immaginammo che quel processo innescatosi con inusitata rapidità e che sembrava condurre alla disgregazione degli arroccamenti dei regimi sovietici fosse irreversibile. Credemmo che arrestare quel processo sarebbe stato come arrestare l’opera di Dio, o comunque come arrestare la forza divina che persisteva nelle parole e nella persona di Karol Wojtyla.
Nessuno avrebbe potuto immaginare che il braccio destro di Michail S. Gorbačëv, il ministro E. Shevarnandzecon, fino a quel momento ritenuto uno dei maggiori fautori della politica estera distensiva, conosciuta ai più con l’appellativo di “Dottrina Sinatra”, con un semplice e ineluttabile gesto: la contrazione dell’indice della mano sinistra, potesse produrre un sibilo ultrasonico tale da macchiare di sangue un paese.
Da quel momento tutto si addormentò sotto il manto ghiacciato di un ammutolito destino.
Quantomeno fino alla primavera di nove anni dopo.”
Il clima di apparente modernità e distensione che i due regimi contrapposti: comunisti e capitalisti, mostrarono successivamente all’incontro del 1997, avvenuto nella cornice del lago di Balaton, così come luccicava dalle vetrate del castello di Festetic, tuttavia, non abbatté mai e poi mai i muri che la Krieger celò nelle sue opere, finendo forse per crearne di nuovi.
Scrive la Krieger nel prologo al testo poetico The poodle claim territory:
Era inevitabile che cercassimo di convincere noi stessi che quella fissità dovesse finire per passare inosservata. Del resto, un’immagine immutabile, che potere poteva avere nel condizionare un destino?
Possiamo osservare che l’omissione, che potremmo indovinare involontaria, di un articolo che tratti della Krieger, facilmente imputabile al numero indefinito di scrittori sovietici e della Germania dell’Est, non sminuisce l’opera di revisione avvenuta nel 2002 della sapiente Bol’šaja Sovetskaja Enciklopedija. A trarci a maggior inganno, invece, l’assenza, nell’enciclopedia Treccani, così come nell’enciclopedia collaborativa online Wikipedia, di un articolo che ne registri la parentela con la campionessa di lancio del peso della DDR Heidi Krieger. A svelare quanto dello stesso sangue le accomunava è la stessa scrittrice prima di morire, nelle parole del saggio sopra menzionato: “Mio cugino sotto le iniezioni della Stasi e l’Oral-turinabol”.
L’opera di uno scrittore può passare inequivocabilmente attraverso l’immagine che la storia si è fatta della sua vita. Inevitabilmente attraverso quegli ultimi istanti in cui essa si conclude.
In tanti altri casi è stato scritto che la morte sospetta di uno scrittore dissidente, moderatamente noto negli ambiti letterari, quanto pressoché sconosciuto ai più, può rappresentare una delegittimazione maggiore, per il potere, rispetto al proseguire della sua opera.
Il destino della Krieger quindi, come forse quello della Politkovskaja, immaginiamo dovesse essere quello di dare risonanza a quegli spazi che si abbandonarono apparentemente languidi fra le sue lettere.
Non posso che ringraziare per il bellissimo contest, così come gli utenti che avranno voglia di leggere questa approssimativa forma di pseudobiblia.
Ho maturato il timore che ogni lettura insegni una debolezza. Rileggendo qualche fragile frase del mio post credo di aver capito che immaginare l'altrui abnegazione e coraggio nell'esprime un'idea sia senz'altro più facile che trovare la forza per esprimere la propria.