Se veramente il cambiamento della relazione medico/paziente fosse compiuto e realizzato secondo i giusti criteri, assisteremmo a un notevole aumento della soddisfazione sia degli utenti dei servizi sanitari che dei curanti.
Invece non è esattamente così.
Sono aumentati i contenziosi e le contestazioni dell’operato dei medici e del personale infermieristico e spesso si riscontra una certa insoddisfazione da entrambe le parti.
Eppure i risultati sono brillanti, nella maggior parte dei casi. La vita si è allungata anche grazie alle possibilità di cure avanzate. Nonostante ciò, e lo dico con cognizione di causa, serpeggia spesso una sfiducia non spiegabile se ci si limita alla qualità tecnica delle terapie.
Quello che si è perso è in realtà una cosa molto semplice in teoria, molto complessa in pratica: la visione d’insieme del paziente, non solo dal punto di vista clinico, ma anche sul piano umano.
Il vecchio medico di famiglia, generalista e un po’ tuttologo, conosceva i pazienti, sapeva tante cose di loro e capiva quale atteggiamento assumere in base a carattere e aspettative dei singoli.
Ora le ultraspecializzazioni (ormai necessarie per la complessità della materia) portano sovente il medico a considerare più la malattia del malato e quindi rendono più difficile quell’approccio individuale che rassicura e crea fiducia.
Consenso informato non è un termine vuoto, ma indica un preciso obiettivo che può essere raggiunto solo dopo una valutazione complessiva del paziente ed un colloquio esaustivo che permetta ad entrambe le parti di capire le reciproche posizioni e trovare una ragionevole sintesi.
Purtroppo, nel corso di laurea in medicina e chirurgia, non vi è una specifica formazione in tal senso, tanto che l’esame di bioetica è facoltativo (obbligatorio invece per gli infermieri!).
Il rischio della medicina moderna, pur così evoluta, è quello di una deriva tecnicistica, mentre la scienza medica ha sempre avuto una forte componente umanistica che non può essere trascurata.
Per questo credo con convinzione che la vera sfida dei prossimi anni verterà sull’etica, nonché sullo sviluppo su nuove basi della relazione medico-paziente.
La qualità dell’assistenza (non solo medica, ma anche infermieristica) non può infatti prescindere dalla umanizzazione delle cure e dalla capacità degli operatori di non perdere mai di vista l’unicità della persona che hanno davanti.
C’è ancora molto da dire sul consenso informato e sul rifiuto delle cure, argomento sul quale tornerò nei prossimi giorni.
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