Nei primissimi anni della mia attività professionale, mi capitò di essere vicina di ambulatorio di un medico molto più anziano di me, il dottor Beta, persona affabile e intelligente. Lui aveva una grande esperienza clinica, essendo stato per parecchi anni medico condotto in una zona piuttosto sperduta della nostra provincia, dove gli era capitato di tutto. Successivamente era entrato in ospedale e anche lì aveva avuto modo di affinare le sue già ottime capacità diagnostiche e terapeutiche. All'epoca, io mi occupavo prevalentemente di ecografie, così capitava di avere pazienti in comune con il dottor Beta che comunque era molto disponibile a insegnare ai giovani la semeiotica e la clinica e perciò spesso mi faceva assistere alle sue visite.
Ma la cosa più curiosa erano le teorie che il mio maturo collega aveva estrapolato dai suoi decenni di professione.
Una, poi da me verificata ampiamente, era "la sindrome dell'amico". Sosteneva che era meglio non curare amici troppo cari e parenti stretti, perchè, se doveva capitare una complicanza o un disguido, sicuramente sarebbe successo con loro. Potrebbe essere un corollario della legge di Murphy, però, devo dire, che è da prendere in considerazione.
Ma la più originale delle sue teorie era quella dei cervelli riposati.
Il dottor Beta riteneva che le persone col cervello riposato, ovvero scarsamente consapevoli, avessero, a parità di diagnosi una migliore prognosi. Di fronte alla mia evidente perplessità, lui mi disse: "Vedi, cara, una parte della sofferenza del mondo è inevitabile, ma ce n'è un'altra che dipende da noi, da come siamo fatti. E, se uno si rende conto solo fino a un certo punto della realtà, sicuramente avrà meno da patire". "Dottore, questo va bene, è un principio che capisco. Ma cosa c'entra con la prognosi?" "Nella malattia, specialmente in quelle gravi, c'è un aspetto che va oltre la situazione in senso stretto. C'è il pathos, l'angoscia, la sofferenza psichica. Questa non è uguale per tutti. I cervelli riposati, più lievi, vivono la malattia senza aggiungere ad essa questo aspetto negativo. E dunque, paradossalmente, le loro difese, non impegnate su questo fronte, si concentrano di più sulla guarigione" "Quindi, secondo lei, capire poco è un bene?" "Non ho detto questo. I cervelli riposati sono poco inclini all'approfondimento, non è detto che siano stupidi. Secondo gli orientali, hanno ragione loro che si concentrano esclusivamente sul magnifico momento presente, che poi è tutto ciò che abbiamo".
Le mie conversazioni col dottor Beta erano sempre molto interessanti, sia dal punto di vista clinico che da quello antropologico e devo dire che a volte alcune delle sue teorie mi sono tornate in mente.
La teoria dei cervelli riposati, poi, aveva diverse specificazioni, la principale delle quali era che funzionava maggiormente quanto più era estesa in famiglia. Mi spiego meglio : se, oltre al paziente, anche i suoi familiari avevano il cervello riposato, la situazione era ancora più favorevole, perchè il livello di stress si sarebbe ancor più abbassato.
Ma la più carina era che, secondo la sua esperienza, dopo un tot di cervelli riposati in una stessa famiglia, accadeva quasi sempre che nascesse un genio. Ora io questo non l'ho verificato, ma forse non ho osservato con sufficiente attenzione. Se qualcuno di chi legge avesse avuto modo di conoscere il genio proveniente da una stirpe cervelli riposati, è pregato di farmelo sapere.
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