Il titolo del mio post è l'incipit di una canzone di Fabrizio De Andrè, "Andrea” e parla della storia d'amore tra due omosessuali.
Il bello delle canzoni è che puoi farle tue, dargli un significato personale e riadattarle, perché cerchiamo sempre un po’ di noi stessi nelle righe di un libro, nella frase di una canzone o in una scena di un film. Io l'ho sempre dedicata a mio zio Andrea il giorno del suo compleanno. Ho sempre pensato a lui, anche se non è omosessuale e non ha i riccioli neri. Per me quella canzone è tutta per lui.
Mio zio si è perso tanti anni fa nei meandri della sua mente, dei suoi pensieri che l'opprimono e gli tolgono la lucidità.
Sono stata cresciuta da un esercito di donne e lui insieme a mio nonno fa parte della componente maschile: alto, taciturno, di bell'aspetto (io l’ho sempre visto come un gran figo) e zero empatia nei confronti delle persone che gli stanno accanto, gli ho sempre voluto bene, nonostante tutto.
Nonostante la sua totale indifferenza nei miei confronti.
Nonostante le delusioni che negli anni mi ha regalato.
Nonostante non abbia mai fatto nulla per alimentare un rapporto in cui ero l'unica a crederci.
Quel nonostante non è mai stato un motivo di freno per me, anzi. Gli ho voluto e gli voglio bene tuttora che a malapena ci rivolgiamo la parola. Perché ho smesso di cercarlo, non riesco più a rincorrerlo, sono arrivata ad un’età in cui non lo faccio più, non ci riesco. Non sono più una bambina o una ragazzina che insiste e persiste sto diventando quasi un'adulta, quel periodo è finito.
Da ragazzo era divertente. Ricordo la sua Renault 5GT Turbo con cui mi ha accompagnata a trovare mia madre che aveva appena partorito mio fratello, io ero una bambina di sette anni che rideva ad ogni sgommata, impavida e lo guardavo con un misto di ammirazione e interesse.
Ricordo una notte in cui ero rimasta a dormire dai nonni, avevo dieci anni più o meno e mi svegliai alle 5 di mattina con una voglia di spaghetti. Una voglia matta.
Dormivo con mia zia che ancora viveva dai genitori e quando ho provato a svegliarla e a chiederle se facevamo una spaghettata aveva mugugnato in cirillico senza muovere neanche un arto, senza neanche provare ad aprire un occhio.
In quel momento mio zio stava rientrando da una notte brava, sentii la chiave del portone e subito sgattaiolai fuori dal letto perché sapevo che avrebbe avuto fame anche lui. Ne ero certa!
Lui, pronto infatti, fece subito la spaghettata aglio olio e peperoncino, senza se e senza ma. Ha aspettato che mi riaddormentassi e immortalò il momento con una foto di me che dormo sul divano e l’orologio vicino a segnalare l’orario. L'Infame.
Un punto di contatto con lui è stata la musica ma meglio essere specifici, il contatto erano gli U2.
Mattina, pomeriggio e sera me li faceva ascoltare di continuo (molto meglio di mia zia che si sparava "Musica è" di Ramazzotti, se l’ascoltava da sola, infatti).
Finii per apprezzarli e amarli quasi quanto lui, avrei voluto andare a vedere un loro concerto con lui ma non è stato possibile, per troppi e tanti motivi inutili che non voglio neanche provare a capire.
Poi l'evento che l'ha fatto entrare in un labirinto dal quale non è più uscito.
Ha incontrato una donna sbagliata dal quale è scaturito un amore malato e pericoloso, cambiandolo per sempre, compromettendo definitivamente una persona debole che aveva bisogno di una mano per risalire su, invece ha incontrato un masso che l'ha scaraventato giù.
Ha vissuto la sua vita a metà, non capendo mai cosa gli accadesse intorno troppo preso dai suoi problemi.
Mai una parola di conforto da lui quando i miei si sono lasciati e abbiamo dovuto affrontare problemi che all'epoca sembravano insormontabili. Non li capiva, non li comprendeva.
Ha detto frasi che fanno male, parole che faccio fatica a dimenticare, piuttosto adesso le ho accantonate, considerandolo una persona di poco acume con zero comprensione, non di certo cattivo ecco.
Non gli ho mai chiesto niente, a parte qualche passeggiata all'aria aperta che abbiamo fatto per un po', sono state belle, erano qualcosa da fare insieme in modo spensierato. Sono finite anche quelle, preferiva farle solo e non l'ho più cercato.
Durante le nostre passeggiate ho cercato di capire perché fosse così lontano da noi, dalla sua famiglia che sembrava quasi odiare. Le sue motivazioni non le ho capite francamente e anni dopo da quel mio tentativo di comprensione, siamo ancora più lontani. A testimonianza che se le cose devono andare in un certo modo continueranno a farlo nonostante i nostri tentativi.
Adesso quando lo vedo sento una fitta, perché per me lui è come una spina conficcata nel fianco, non riesco ad estrarla e non riesco a ignorarla, sta lì che mi logora giorno dopo giorno, in cui sento che la distanza aumenta e la spina entra sempre di più in profondità. E io sono lì inerme che guardo tutto senza poter fare nulla, semplicemente accetto.
Accetto tante cose: amicizie che si interrompono, tradimenti delle persone più care, amori che finiscono e che ti lasciano in mille pezzi, gente che va e gente che viene manco fossimo porti di mare ma questo no, sangue del tuo sangue che ti ha visto crescere e che è lontano mille anni luce da te.
Spero comunque che prima o poi uscirà da quel labirinto e ritrovi se stesso e noi, la sua famiglia.
Io lo aspetto, ci spero sempre.