In un capitolo del suo indimenticabile (benché spesso dimenticato) Apocalittici e integrati (1964), Umberto Eco scriveva a proposito del cattivo gusto: «tutti sanno benissimo cosa sia e non temono di individuarlo, salvo trovarsi imbarazzati nel definirlo»… Una posizione con cui è difficile essere in disaccordo, non trovate? Ognuno di noi ha la propria idea di cosa sia Kitsch, Trash o Cheap… di cosa sia ridicolo, goffo o involontariamente grottesco dal punto di vista narrativo. E ognuno di noi ha il proprio personale rapporto con simili “oggetti”. Spesso è un rapporto benevolo, di sentimentale simpatia, maturato sul solco dell’amarcord e dell’ammirazione che comunque ci lega a chi – con pochi e risibili mezzi – ha voluto realizzare un sogno… Questa ammirazione (venata d’ironia) è la sostanza della nuova “sezione” di Altrimondi inaugurata dal post che state per leggere.
Ah, a proposito di Altrimondi… chi volesse sapere di cosa si tratta, segua questo link.
Buona lettura.
PS
Tutte le immagini riportate di seguito sono di mia esclusiva proprietà.
Tra i tanti, piccoli gioielli che si annidano tra le pieghe della memoria, pesco un reperto che vale un’ispirazione. È il Matinee di Joe Dante (1993), caso di puro metacinema in cui l’amore per la storia del B-movie fantaorrifico di dispiega in tutta la sua fanciullesca autoironia. Durante la crisi dei missili di Cuba (15-28 ottobre 1962) l’istrionico produttore-regista Lawrence Woolsey fa di tutto e di più pur di promuovere la sua ultima fatica, un film che vede un uomo – ibridato con una sorta di mostruosa formica-mantide – andare incontro all’inevitabile destino di orrore e distruzione. Sullo sfondo di un possibile (reale) olocausto nucleare, si consuma insomma la commedia dei mostri di gommapiuma e cartapesta. Mant!, questo il titolo dell’immaginaria pellicola-dentro-la-pellicola è il manifesto di un’intera stagione del fantacinema americano, quella che – nata al principio dei Fifties, recita le sue ultime battute proprio al principio degli anni Sessanta. È il Silver Screen delle invasioni aliene, del terrore atomico-mutante e dei Giant Bug – gli insettoni – a cui si affiancano dinosauri redivivi, granchi mastodontici, ultracorpi vegetali, e gelatine antropofaghe a più non posso. Woolsey, magistralmente interpretato da John Goodman, non è che la controfigura di William Castle, il semi-leggendario cineasta che animò la scena losangelina con i suoi trucchi promozionali sempre sopra le righe – dal “Percepto” alla “Terrorpausa”, passando per varie sperimentazioni del 3D – ma che fu anche l’eminenza grigia di un capolavoro come Rosemary’s Baby (Roman Polanski, 1968)…
Lo Screaming Horrorscope, un misterioso dispositivo di cui Castle sarebbe andato fiero, compare nel trailer dell’incredibile The Alligator People (da noi Gli uomini coccodrillo), firmato da Roy Del Ruth nel 1959. Per certi versi, è forse ingeneroso scegliere proprio questa opera per inaugurare la sezione dedicata al Kitsch e al Trash, perché a modo suo la pellicola di Del Ruth appare sobria ed equilibrata nella struttura e nel ritmo del raccontare, a dispetto del contenuto macroscopicamente surreale del soggetto. I personaggi sono ben calibrati e il crescendo del mistero e della suspense che conduce alla risoluzione finale non è poi così mal gestito (anche se, a dirla tutta risulta un po’ troppo verboso). L’impianto, peraltro, è insolito rispetto alla scabra linearità di tanti film dell’epoca: tutto si basa sulla lacunosa memoria dell’infermiera Joyce Webster, una donna traumatizzata al punto di aver perso per strada la propria identità (si fa chiamare Jane Marvin), che ricostruisce pezzo dopo pezzo quanto accaduto al marito, grazie all’ipnosi e a qualche millilitro di tiopental sodico… Il suddetto marito, misteriosamente scomparso durante la luna di miele, è rimasto vittima degli effetti collaterali di un “trattamento” che, pur avendogli salvato la vita, lo ha di fatto mutato in una specie di lucertolone sugli ottanta chili. Un’immaginario che, come vedete, è strettamente imparentato con quello supereroistico-fumettistico che oggi conosce un così esplosivo successo.
L’effetto speciale con cui il povero Paul Webster (l’attore Richard Crane) viene infine trasformato in un rettile bipede ricorda molto da vicino l’incrocio tra un carro allegorico del carnevale di Viareggio e il dio egizio Sobek – e questo sarebbe di per sé sufficiente a smontare tutto il climax così faticosamente edificato.
Ma il vero problema è che quanto c’è di buono ne Gli uomini coccodrillo (in particolar modo la sua struttura “a flashback”) è stato in larga misura rubato a un altro film… Un film che molti di voi certamente conoscono e che ha lasciato tracce profonde nell’immaginario fantatrash del Novecento. Naturalmente si tratta de L’esperimento del dottor K (Kurt Neumann, 1958), alias The Fly…
Di questo, e di molte altre cose, torneremo presto a parlare.
Grazie a tutti.