Il multiverso del Fantastico è un luogo infido, labirintico, ipertrofico. Generi e sottogeneri, catalogazioni, classificazioni, culti profani, leggende e aneddoti apocrifi vi si affollano, come astri di una galassia in continua espansione. Per mettere un poco d’ordine in questo caos, ho pensato ad “Altrimondi”, un contenitore che (come si trattasse di un magazine) collezionerà varie sezioni, diciamo così, di volta in volta focalizzate su temi specifici. A questo proposito, spero vi farà piacere cominciare con qualcosa di morbido e saporito come il cinema, un piatto che – solitamente – accontenta più o meno tutti i palati… Prima di cominciare, solo una piccola segnalazione: di solito tendo a sviluppare le mie divagazioni con una certa ampiezza (cioè grafomania), il che le rende particolarmente adatte a essere suddivise in varie “puntate”… Mi auguro che la cosa non vi dispiaccia.
Buona lettura.
PS
Tutte le immagini presenti in questo post sono di mia personale proprietà.
Nel 1996 l’occhio più acuto del lettore più curioso avrebbe potuto scorgere, tra le cover pacchiane riservate ai romanzi Horror & dintorni, un reperto singolarmente anonimo: Relic era il titolo giallo che campeggiava smargiasso sullo sfondo blu. Gli autori – Douglas Preston e Gordon Child – erano, per il pubblico italiano, degli illustri sconosciuti e lo “strillo” che sovrastava il tutto – “Alien” incontra “Giurassic Park” a New York – sembrava davvero troppo naive, per non suscitare il sospetto che il volume fosse solamente l’ennesimo piece of junk, robaccia usa e getta importata da oltreatlantico. A cosa si appoggiavano dunque le speranze dell’editore Sonzogno, che doveva aver pagato un bel malloppetto per quel cavallo zoppo? La risposta era – in omaggio a un senso della discrezione oggi tramontato – nascosta su un risguardo della sovracoperta: «La Paramount Pictures si è assicurata i diritti di Relic e ha affidato la produzione del film allo stesso team di Jurassic Park»…
Di lì a pochi mesi la profezia si avverò e nelle sale di tutto il mondo fece il suo esordio – giustappunto – Relic, l’evoluzione del terrore, coriaceo horror-thriller confezionato dal brillante artigiano del fantastico Peter Hyams. Centodieci minuti di sostanza orrifica compatta e senza fronzoli, coadiuvata da una creatura animatronica assemblata dalla factory del compianto Stan Winston e dagli effetti digitali – non sempre impeccabili a dire il vero – della VIFX. Non fu un vero successo, questo è certo. A fronte di una spesa stimata tra i quaranta e i sessanta milioni di dollari, la pellicola ne incassò poco meno di trentaquattro in madrepatria (chi pensa che siano tanti, dia un’occhiata al box office di Avengers: Infinity War) e – anche senza tener conto di quanto accadde nel resto del globo – sta di fatto, che l’opera di Hyams si inabissò abbastanza rapidamente; rinunciò al titolo di “best-seller” per prendersi quello di “long-seller”, o, se preferite, di cult.
La trama del Relic cinematografico (mi asterrò, da qui in poi, dall’affibbiargli il pomposo sottotitolo voluto dal distributore italiano) è presto detta. Nelle sale del Field Museum of Natural History di Chicago si aggira un maniaco che strappa le teste alle sue vittime per poi succhiargli l’ipotalamo come fosse il midollo di un ossobuco.
La polizia interviene sotto le spoglie del corpulento e superstizioso tenente Vincent D’Agosta (un Tom Sizemore d’annata) il quale scopre con un brivido di piacere che il museo sta allestendo un’imponente esposizione, intitolata giustappunto Superstition, in cui saranno raccolti reperti legati a magia, stregoneria e culti funebri di tutto il mondo. Con l’aiuto della dottoressa Margo Green (Penelope Ann Miller) e dell’anziano dottor Robert Frock (James Whitmore), la sua indagine approda a risultati sconcertanti: il maniaco non è un maniaco, ma una sorta di mostro mitologico legato a oscuri culti amazzonici: il Kothoga. La creatura in questione (qui i maniaci della Squadra Anti Spoiler si brucino la retina con i raggi gamma) altro non sarebbe che un’aberrazione genetica: un essere umano – l’antropologo John Whitney – mutato in un aggressivo e orripilante quadrupede grazie all’assunzione di una pianta a sua volta infettata da un potente virus mutageno.
Nell’incredulità generale, D’Agosta, Frock e la Green cercano di impedire l’inaugurazione di Superstition, nel timore che l’evento possa mutarsi in un banchetto self-service per il vorace Kothoga. Naturalmente nessuno vorrà ascoltarli e il tutto sfocierà nell’immancabile catastrofe, con tanto di panico dilagante, strage sanguinaria e showdown finale col nerboruto animalone.
Che l’Alien di Ridley Scott sia da enumerare tra gli ispiratori della pellicola è fuor di dubbio – dal ’79 ad oggi non ha mai smesso di fornire benzina a chi si trovava a corto di idee (Scott compreso, a quanto pare) – ma in realtà risulta decisamente più gustoso vedere entrambe queste opere per quello che sono: varianti di un nucleo narrativo primordiale infinitamente più vecchio di Hollywood. Archetipo è la parola che avete sulla punta della lingua, ma il termine più adeguato è probabilmente mitema – un costrutto invariante che ricorre nei miti di civiltà anche molto lontane nel tempo e nello spazio. È il mitema del “mostro-nel-labirinto”, che ha nella storia cretese del Minotauro il suo più illustre rappresentante…
Fine prima parte
Se volete leggere la seconda parte, basterà seguire questo link...