LE DONNE DI CASA
Foto personale
Qualche giorno fa mi sono di nuovo fatta trascinare in una discussione su un gruppo FB in materia di molestie. La specifica querelle era alquanto sciocca, ma ha contribuito a ricordarmi che da tempo avevo in mente di raccogliere alcune mie considerazioni sui temi caldi del “femminismo” moderno in uno o più post.
Pensando a come impostare il lavoro, ho voluto controllare se il tema fosse già stato oggetto di attenzione da parte di qualche collega della comunità di SteemPostItalia e mi sono imbattuta in un condivisibilissimo post rabbioso di qualche mese fa di . Non ho dimenticato, inoltre, che settimane fa avevo promesso di rispondere al post sul femminismo di
. Sono sicura, peraltro, che grazie all’iniziativa di @SteemPostItalia di dedicare il PostIt di domani alla festa della donna i contributi sul tema si moltiplicheranno!
Volendo cercare di dare una certa continuità al tema e pubblicare i diversi post in tempi ravvicinati, ci stavo lavorando ormai da diversi giorni. Essendo, peraltro, ormai alle porte la ricorrenza dell’8 marzo, credo non ci sia momento migliore per iniziare.
Prima di arrivare alle molestie, al tetto di cristallo, al vestito di Jennifer Lawrence, ai vecchietti che si complimentano con una commessa “bona” o alle casalinghe, però, una premessa è d’obbligo. Con che referenze scrivo di femminismo e questioni di genere? O, meglio, penso di essere più qualificata di o
per affrontare il tema, per il solo fatto di essere donna? Assolutamente no.
Non credo esistano temi intrinsecamente “maschili” o “femminili”. In effetti, non credo esistano temi più o meno tabù per una determinata tipologia di persone. Ritengo esistano temi che determinate categorie di persone possono e devono affrontare tenendo conto del proprio bias personale: in quanto italiana, medio borghese, cattolica e caucasica posso certamente parlare di razza, fame, persecuzione o povertà, ma non posso presumere di sapere cosa significhi veramente appartenere ad una minoranza, soffrire la fame, essere povera o perseguitata. Per quanto riguarda le dinamiche di genere, peraltro, ritengo che discuterne come persone piuttosto che come uomini e donne, sia un requisito fondamentale per poter iniziare a discutere di parità, pur tenendo a mente le diverse visioni prospettiche dell’essere uomo o donna in un particolare contesto. Discorso a parte può, forse, essere fatto per le discussioni in materia di interruzione di gravidanza in quanto, per ragioni meramente biologiche, è una questione che tocca più da vicino le donne (ma alla quale gli uomini non sono indifferenti, ovviamente). Ma, come direbbe Michael Ende, questa è un’altra storia.
D’altra parte, nemmeno me la sentirei di utilizzare come punto di partenza il fatto di essere io stessa una donna, perché confesso di non essermi ancora mai trovata (consapevolmente) in una situazione in cui il mio genere mi abbia evidentemente svantaggiata rispetto ad un uomo, se escludiamo il fatto che in quinta elementare anch’io avrei voluto partecipare alle gare con le Mini4WD assieme ai compagni di classe maschi, o avere un sacco di Lego come quell’amica che aveva un fratello maggiore.
Sicuramente durante la pratica legale il mio collega praticante avrà avuto modo di legare con i Soci in maniera diversa, andando in trasferta con uno o correndo sull’argine con l’altro… ma alla fine i soldi per tenerci dopo l’esame non c’erano per nessuno dei due, quindi una eventuale preferenza di genere non ha avuto modo di manifestarsi. Sicuramente, nell’ambito dell’associazione di cui faccio parte, ci saranno dei membri che preferiranno sempre un diverso candidato ad un determinato ruolo piuttosto che me, per il solo fatto che sono una donna, così come potrei essere scelta per altri ruoli per il solo fatto di essere donna, ma fino ad ora ai ruoli, anche apicali, per i quali mi sono proposta sono sempre stata eletta e quelli che mi sono stati proposti li ho sempre svolti con entusiasmo. Sicuramente, se invece che fare concorsi avessi fatto colloqui, ora che ho 30 anni e una relazione consolidata prima o poi qualcuno avrebbe indagato, più o meno velatamente, sui miei progetti matrimoniali e familiari, senza preoccuparsi di porre le stesse domande ai candidati uomini, ma colloqui non ne ho fatti molti e non ho modo di sapere se quei miei CV che non hanno mai ricevuto risposta ne avrebbero ottenute se fossi stata uomo.
Non voglio, dunque, parlare di femminismo in quanto donna: voglio parlarne in quanto persona interessata all’attualità, all’evoluzione sociale, al costume ed alle dinamiche interpersonali. Al di là di ciò, nulla mi qualifica più di chiunque altro. Non intendo, quindi, inoltrarmi in discettazioni sociologiche o psicologiche di particolare pregio, non avendone le necessarie competenze. Mi interessa solamente dare un ordine ed una coerenza al mio personale pensiero sul punto.
Mi sembra utile, d’altra parte, partire da una domanda fondamentale.
Cos’è il femminismo?
Difficile a dirsi. Il femminismo è un fenomeno multiforme e assoggettato, nel tempo, a derive più o meno estremiste. Di conseguenza, il termine “femminismo” è usato, oggigiorno, con le più diverse accezioni. Femminista è il movimento delle suffragette del XIX e XX secolo. Femministe sono anche le rivendicazioni degli anni ’60 per la parità dei diritti in ambito sociale e lavorativo. Femministe, però, si definiscono anche quelle costole decisamente misandriche che, perso l’originario intento di rivendicare parità di diritti sembrano puntare piuttosto ad un’assurda prevaricazione della donna sull’uomo.
Facile, d’altra parte, far scadere il termine in quest’ultima interpretazione anche solo per questioni semantiche. Nonostante, infatti, per decenni il termine “femminismo” sia stato associato alla volontà di ottenere parità di diritti e doveri tra uomini e donne, appare intuitivamente più semplice associarlo ad una perversa volontà di ottenere la superiorità di un genere rispetto all’altro. Non potrei, ovviamente, essere più in disaccordo con questa seconda accezione, ma poiché apprezzo l’origine storica del termine trovo in ogni caso tutt’oggi appropriato continuare ad usarlo nel suo primo significato, quantomeno fino a che non esisterà un termine più appropriato.
D’altra parte, sotto la maggior parte degli aspetti la parità di genere passa dall’apertura alle donne di diritti e privilegi maschili, piuttosto che il contrario.
Ciò che io definisco FEMMINISMO è perciò la consapevolezza che ciascuno di noi è una persona prima che un uomo o una donna e perciò stesso degno della medesima considerazione e del medesimo diritto di perseguire i propri sogni e le proprie inclinazioni, oltre che tenuto ai medesimi doveri.
Una qualsivoglia carica dovrebbe ricoprirla il soggetto più qualificato, piuttosto che necessariamente un uomo o una donna. Un qualsiasi lavoro dovrebbe essere svolto dalle persone più capaci e ad esso predisposte, piuttosto che necessariamente un uomo o una donna. Una qualsiasi attività dovrebbe essere aperta a chiunque abbia la capacità psico-fisica di svolgerla, a prescindere dal fatto che sia un uomo o una donna. Al netto del congedo per maternità (per ovvie ragioni biologiche), i permessi parentali dovrebbero essere non solo riconosciuti ma anche richiesti tanto dalle madri quanto dai padri, perché se “il bambino con la febbre vuole solo la mamma” quella dinamica familiare è già distorta. Ciascuno dovrebbe poter scegliere come partner di vita indifferentemente un uomo o una donna a prescindere dal fatto che sia esso stesso un uomo o una donna e ricevere il medesimo riconoscimento della propria scelta davanti alla legge. E così via.
Questo il fondamento che informa ogni mio ulteriore ragionamento in materia.
Ciò premesso, per quanto riguarda la Festa della Donna ci aggiorniamo domani.