Un altro giorno. Un altro stupro. Un altro giro sulla giostra mediatica del “se l’è cercata”, “non se l’è cercata”, “gli uomini sono delle bestie”, “le donne sono delle zoccole”. Leggo distrattamente un paio di articoli, tanto ormai siamo arrivati al punto per cui le notizie delle prime ore bisogna prenderle sempre con le pinze e sperare che nei giorni successivi qualche fonte più affidabile aggiusti il tiro. Avrete sentito, immagino, la storia di qualche giorno fa dell’immigrato spacciatore scarcerato “perché lo spaccio è la sua unica fonte di reddito”. Se siete fermi a quella puntata, vi invito ad approfondire: la versione reale dei fatti gira da ieri.
Leggo dello stupro di Parma. Pochi dettagli. Appunto, le versioni raffazzonate delle prime ore dopo l’arresto dei presunti colpevoli. A quanto pare, un noto imprenditore di 46 anni ha corteggiato via FB una donna di 21 fino a convincerla ad uscire con lui, l’ha portata a fare un giro in moto, poi a cena e poi nel suo attico. Le ha offerto svariati drink e, una volta a casa, ha chiamato anche il suo spacciatore nigeriano di fiducia per un po’ di ecstasy. Poi la ragazza è stata legata, frustata e seviziata tutta la notte. Due giorni dopo, dopo che la madre di lei ha notato la sua difficoltà a deglutire e alcune ecchimosi sul corpo, la donna è andata al pronto soccorso ed è partita la denuncia.
Se l’è cercata?
È stata veramente violenza?
È stata veramente violenza sin dall’inizio o lei era consenziente, magari fino a un certo punto?
I due giorni tra gli eventi e la denuncia sono serviti e lei per elaborare quanto subito e trovare il coraggio di parlarne o è stato piuttosto solo il fatto di essere stata scoperta a spingerla ad agire?
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Non lo so e non spetta a me dirlo. Ci saranno delle indagini, degli approfondimenti, delle domande estremamente invasive sia sulla donna che sui due uomini coinvolti, sulla loro vita privata, sul loro passato e su ogni dettaglio del loro rapporto. E se è certamente drammatico che una vittima debba essere vittimizzata una seconda volta dalle indagini, ritengo non si debba dimenticare che in una circostanza come questa le vittime sono sempre potenzialmente due: la presunta vittima e il presunto colpevole. Per la durata delle indagini i loro ruoli saranno questi ed è assolutamente possibile che tali ruoli vengano confermati dalle indagini e cristallizzati dal processo. Ma se così non fosse e le indagini portassero alla luce un’altra versione dei fatti, che scagionasse per qualsivoglia motivo il presunto colpevole, la vittima diventerebbe quest’ultimo. Vittima delle indagini sulla propria persona e sul proprio passato, sulla propria moralità, “sbattuto in prima pagina come un mostro” e redento da un trafiletto sotto i necrologi, una vita professionale stravolta, magari anche quella familiare.
Non so nulla dei fatti di Parma e non voglio fare speculazioni su Parma. Mi limito a delle considerazioni generali, valide per questo caso come per ogni caso simile.
La violenza sessuale esiste.
La violenza di genere esiste.
E sono due cose tremende.
Ma esistono anche le false denunce, le denunce mirate, le vendette e le estorsioni.
Così come esistono persone che chiedono insistentemente qualcosa o acconsentono entusiasticamente a qualcosa e dopo averla ottenuta cambiano idea e cambiano versione, facendo diventare un mostro chi le ha accontentate. E queste situazioni danneggiano le vere vittime quasi più che la violenza in sè, perché di conseguenza chiunque si sente legittimato nel dubitare di ogni denuncia e di ogni difesa e di sputare sentenze a pioggia su presunta vittima e presunto carnefice.
Ma non è questo ciò che mi è venuto da pensare leggendo gli articoli su Parma e ripensando ai recenti fatti di cronaca in materia.
Ciò che ho pensato è che gli argomenti e i commenti, a queste vicende, sono sempre gli stessi. I “lei se l’è cercata” contro i “non se l’è cercata”. I “cosa pensava di ottenere una ragazzina ad andare con uno così vecchio” contro i “una donna ha il diritto di andare con chi vuole e fermarsi quando vuole”. I “lui è un mostro” contro i “probabilmente lei ci stava e ha cambiato versione dopo”. I “l’ha fatta bere e drogata” contro i “non doveva ubriacarsi e drogarsi”. In questa storia c’è anche un nigeriano, quindi indubbiamente ci saranno anche quelli che riterranno che andava tutto bene, finché non è arrivato l’uomo nero. Eppure, secondo me, manca uno snodo fondamentale.
In questi dibattiti, quando si discute il “se l’è cercata/non se l’è cercata” il soggetto principale è sempre lei, la presunta vittima. Si analizza il suo comportamento prima, durante e dopo la denunciata aggressione per cercare da un lato giustificazioni e dall’altro segni di colpevolezza o complicità negli eventi, come anche in altre occasioni in cui si punta il dito contro una donna vittima di circostanze avverse per sentenziare come avrebbe dovuto comportarsi per evitarle (ad esempio nel caso di donne che viaggiano sole). Ma, come abbiamo detto, i protagonisti di una vicenda del genere sono sempre almeno due. Eppure anche tra coloro che si scagliano contro la presunta vittima, sia difendendo il presunto aggressore, sia facendo l’assurdo distinguo “sì, lui è un mostro, ma lei…”, nessuno riversa mai lo stesso ragionamento anche sull'aggressore.
Perché non è mai l’uomo a essersela cercata?
In realtà, più che una questione legata alla violenza sessuale, mi sembra una questione di genere. Correggetemi se sbaglio, ma ho la sensazione di aver sentito e letto molti più “se la sono cercata” per le due ragazze italiane rapite dall’Isis e successivamente riscattate, piuttosto che per Stefano Regeni o per i Marò. Se a una donna capita qualcosa di male, sembra quasi automatico cercare un modo per attribuirle almeno parte della responsabilità. Ma in questo mi rendo conto che potrei avere una versione parziale e distorta della questione.
Per quanto riguarda il caso della violenza sessuale, invece, sono quasi certa che la questione non si ponga mai. O, almeno, io non l’ho mai vista discussa.
Come abbiamo già detto, una denuncia di violenza sessuale stravolge la vita di entrambe le parti, presunta vittima come presunto colpevole, a prescindere da come poi si concluda. Di questo, chi commenta è perfettamente consapevole, tanto da spingere alcuni a “schierarsi” più dalla parte del l’accusato che dell’accusatore per difenderne comportamento e reputazione, se non altro fino al giudizio ma eventualmente anche in seguito a una condanna. Ma se per ogni violenza subita è impossibile non ci sia qualcuno che cercherà di razionalizzare come, quando e perché la vittima “se la sia cercata”, lo stesso non sembra accadere mai in caso di denunce poi dimostrate false o esorbitanti (o anche in caso di difesa social d’ufficio dell’accusato, poi di fatto condannato).
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Una donna che indossa la minigonna, che ha una scollatura profonda, che viaggia da sola, che accetta un drink di troppo, che stuzzica, che sale a casa di un uomo o lo invita nella propria camera e viene successivamente violentata, “se l’è cercata”. Per la stessa logica, un uomo che seduce una donna molto più giovane di lui, che se la porta in casa, che la fa bere o drogare, che le mente per portarsela a letto per poi prontamente scartarla, che non la prende sul serio se dice di no, che pratica BDSM con una donna appena conosciuta di cui sa poco o nulla e viene successivamente accusato di violenza… non se l’è tutto sommato cercata?!
Perché Asia Argento “si è cercata” le prevaricazioni di Weinstein per fare carriera e nessuno suggerisce che Weinstein “si sia cercato” lo shitstorm di denunce piovutegli sulla testa, avendo messo per anni le mani addosso su praticamente tutta la metà rosa di Hollywood, ben conscio del fatto che il consenso delle sue partner era tutt’altro che libero?
Sono domande provocatorie, ovviamente. Personalmente, parto dal presupposto che la responsabilità di uno stupro è sempre e solo dello stupratore, così come la responsabilità di una falsa denuncia è sempre e solo del calunniatore e via discorrendo per qualsiasi altro crimine. Ma purtroppo non viviamo in un mondo perfetto, di arcobaleni, unicorni e cupcake, quindi ciascuno di noi dovrebbe comunque impegnarsi per riconoscere ed evitare situazioni di pericolo, essere in grado di esprimere chiaramente la propria volontà e le proprie intenzioni ed imparare ad ascoltare quelle altrui. E in questo non ci sono differenze di genere. Perciò per ogni donna che “si è cercata” una violenza mi sembrerebbe quantomeno corretto ci fosse un uomo che “si è cercato” una denuncia.
Ma ora come ora, a leggere e sentire i commenti sui più svariati fatti di cronaca, sembra che a cercarsela siano molto più brave le donne.
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Disclaimer: sono perfettamente cosciente del fatto che la violenza non sia solo degli uomini contro le donne. Il tema di questo post è un altro.