Qualche giorno fa, un contest proponeva di scrivere qualche riga sul genio straordinario di un uomo o di una donna. Decisi di non partecipare, sebbene avessi in mente un personaggio contemporaneo sul quale spendere due parole, anche doverose.
Non so bene perché presi questa decisione, forse per il riflesso condizionato dal fatto che il genio di quest'uomo non venne compreso immediatamente quando ancora in vita; e nemmeno troppo anche dopo la morte che lo colse giovanissimo.
Ci volle del tempo per intuire lo stile e la mentalità di una mente brillante, una di quelle persone che non possono, per definizione, far sì che il proprio messaggio venga perfettamente compreso dalla massa.
Un ragazzo che lasciò, in un modo tutto suo, il segno nel panorama musicale italiano di fine anni '70, spiazzando di sovente la critica del tempo che non riusciva proprio a "stargli dietro".
Gli esperti trovavano così difficile, se non addirittura impossibile, catalogare i brani di questo eclettico cantautore: allegri, scanzonati, seri, "impegnati", storico-biografici, perfino ermetici? Ed ancora: divertenti, provocatori, passionali o semplici ballate sentimentali? Insomma, "cosa diavolo dice questo!", si chiedeva il pubblico impreparato di 40 anni fa ascoltando i suoi dischi, abituato a tutt'altro tipo di musica.
Lui questo lo sapeva benissimo, ne era perfettamente al corrente. Eppure continuava a cantare i suoi testi apparentemente pieni di nonsense con una disinvoltura tale, da far innamorare buona parte dei giovani settantottini.
Magari non proprio un innamoramento classico tipico di altri colleghi italiani dell'epoca come, ad esempio, Antonello Venditti, Riccardo Cocciante, Lucio Dalla o il mio concittadino, Fabrizio De Andrè; perché questo ragazzo cantava le "sue particolari canzoni", quelle degli emigranti, degli emarginati, dei diversi, dei più sfortunati, quelle del sud d'Italia dove era nato, ma anche quelle del denaro e dei più fortunati, dei viscidi giochi di potere nei palazzi della politica e, forse, anche quelle dei poteri forti occulti dietro le quinte dei governi.
E sempre facendole sembrare canzonette da cantare senza troppi pensieri per la testa, con la birra in mano, intorno al fuoco, d'estate, sulle spiagge dei lidi nazionali.
Lui...
"Cantava le canzoni, che sentiva sempre a lu mare..."
Rino Gaetano (Crotone, 29 ottobre 1950 - Roma, 2 giugno 1981)
Rino, sebbene fosse consapevole e noncurante di scrivere canzoni un po' strane, per certi versi difficili da comprendere, era però preoccupato di venir additato e classificato come creatore di musica leggera senza alcuna valenza sociale.
Insomma, non voleva passare per il sempliciotto di turno senza nulla da dire, quel tipo di musicista che oggi potremmo definire "sole, cuore e amore".
Forse anche per questo motivo talvolta arricchiva appositamente i propri brani d'estro, poesia e lingue straniere, fino al punto da renderli inqualificabili.
All'epoca però, le case discografiche, la critica, ma soprattutto il pubblico ed il mercato italiano, esigevano assoluta chiarezza sull'immagine dell'artista: o eri uno che scriveva leggero, cantando le solite storielle d'amore più o meno riuscite, oppure uno impegnato nel contesto social-politico, come ad esempio Francesco Guccini o Giorgio Gaber; magari pure esplicitamente schierato a sinistra o a destra e perfino "iscritto al partito".
Le vie di mezzo risultavano davvero di difficile comprensione per le menti semplici e piuttosto schematiche dell'Italia anni '70.
Rino non sarebbe riuscito ad essere così nemmeno volendolo. Rino era un genio assoluto, Rino riusciva solo ad essere se stesso.
Capiamoci, egli amava sdrammatizzare i testi delle sue canzoni e lo faceva anche in modo molto intelligente, all'improvviso, quando l'ascoltatore impegnato a carpire il messaggio del brano si trovava all'improvviso di fronte a frasi rasserenanti del tipo "Ma il cielo è sempre più blu!" o "E ti amo Mariù!", che apparivano come lampi di luce nel buio delle denunce e dei disagi sociali abilmente messi in musica.
A dire il vero, Rino Gaetano amava sdrammatizzare qualunque cosa, incluso se stesso e la propria immagine pubblica.
Personalmente lo definirei una specie di impavido "Pierrot" col sorriso o un simpatico giullare tormentato ma felice.
Ed una persona estremamente intelligente.
Prima ed ultima comparsa a Sanremo
Di quanto appena detto, diede prova nel 1978.
Il Festival della Canzone Italiana, meglio conosciuto come il Festival di Sanremo, si stava avvicinando.
La kermesse rivierasca, tradizionalmente piuttosto austera ed ingessata, non era proprio mai stata di nessun gradimento per il cantautore, romano d'adozione ma crotonese di nascita.
Non gli sarebbe mai passato per la testa di partecipare alla competizione canora più celebre d'Italia, nemmeno sotto tortura, in quanto assolutamente troppo distante dal suo modo di essere e di fare musica.
I discografici però, ritenendolo pronto per le luci della ribalta, spinsero nella direzione opposta, affinché Rino partecipasse al Festival rivierasco. Arrivarono al punto di parlare con i suoi amici di Roma per pregarli di convincerlo ad iscriversi.
Dopo alcuni tentativi andati a vuoto, finalmente si lasciò convincere dal suo entourage, ma ad una condizione. Avrebbe portato in gara la canzone "Nun te reggae più", il nuovo brano inserito nell'omonimo album uscito quello stesso anno, il 1978.
La decisione raggelò il sangue dei discografici. Non erano per nulla d'accordo con la scelta di Rino!
Quel brano, molti di voi lo sapranno perfettamente, rappresentava una sorta di attacco frontale al sistema, dove con grande maestria il cantautore stilava in chiave musicale una lista di nomi e cognomi di importanti donne e uomini italiani appartenenti al mondo dello sport, dello spettacolo, della politica, della televisione, dell'industria e del giornalismo, riunendoli tutti sotto l'onomatopeico "nun te reggae", cioè "non ti reggo"(più).
Un capolavoro decisamente anacronistico che non fu mai digerito da alcuni dei personaggi menzionati e che, suonato sul palcoscenico del Teatro Ariston, non avrebbe certo scardinato i cuori del pubblico benpensante di fine anni '70.
Per tal motivo i discografici si opposero a tal scelta con tutte le loro forze, trattando di far desistere Rino dalla scellerata decisione.
Egli in un primo momento rimase fermo sulla sua posizione, rimarcando che, se doveva andare a Sanremo, l'avrebbe fatto solo ed esclusivamente portando con sé Nun te reggae più.
Poi, soltanto più tardi, si fece convincere ad optare per un altro brano del nuovo album, una canzone che sarebbe diventata, suo malgrado, quella forse più famosa fra tutte le altre: Gianna.
Gianna era ed è tutt'oggi una canzone davvero orecchiabile, allegra e divertente. Rino però non la reputò mai uno dei suoi lavori migliori, ritenendolo un motivetto senza troppa arte né parte.
Però, trattando anche il tema del sesso e dell'emancipazione femminile, fu ritenuta perfetta dagli impresari, i quali avvisarono che il Festival del '78 sarebbe stato innovativo, giovanile, un "Festival in blue jeans", dove per la prima volta nella storia di Sanremo si sarebbero toccati temi come quelli poc'anzi menzionati.
Fu allora che entrarono ancora una volta in gioco l'estro ed il genio di Rino Gaetano. Dal momento che gli venne detto che sarebbe stato un Festival giovane e per certi versi dissacrante, oltre a presentarsi con un brano moderno e "ardito", decise di salire sul palcoscenico vestito in maniera decisamente buffa ed anche piuttosto irriverente, come nessun altro mai ebbe il coraggio di fare, sdrammatizzando così se stesso e l'intera manifestazione, portando una ventata d'aria fresca mai vista prima.
Indossava un cappello a cilindro, un frac nero sotto il quale faceva bella mostra di sé una maglietta a righe bianche e rosse orizzontali(stile gondoliere veneziano) ed un paio di scarpe da ginnastica blu.
In mano teneva un ukulele con il quale strimpellò le prime note di Gianna ed al petto aveva appuntate alcune medaglie che, a fine brano, lanciò al pubblico, eccetto una che consegnò direttamente al direttore d'orchestra, divertito dal siparietto.
BIBLIOGRAFIA
Rino Gaetano live, Emanuele Di Marco, 2001