Le nuove mode si sa come funzionano: si comincia col criticarle, per poi lentamente farle proprie, fino a non poterne più fare a meno.
Ora hastag ed emoticon non sono proprio 2 giovanotti di primo pelo. Ma il loro utilizzo creativo, unito alla loro indispensabilitá, hanno permesso a questi di restare un albero sempre verde e - io aggiungo - decisamente troppo addobbato.
Cerchiamo di capirci qualcosa in questo mondo borderline che oscilla tra odio, amore, abbondanza, punk e confusione.
In questo articolo ci focalizzeremo sugli hashtag.
Un Hashtag non é altro che un aggregatore tematico, un’etichetta, la cui funzione é quella di facilitarci la ricerca di contenuti specifici attraverso l’utilizzo - preceduto dal # - di parole chiave.
Ad esempio, Google Trends oggi ci rivela che una delle ricerche più effettuate nel web è quella che ha a che fare con la morte di Rick Genest, lo Zombie Boy, suicida a 32 anni.
Possiamo immediatamente verificare su Instagram o su altri social come consequenzialmente gli hashtag #rickgenest e #zombieboy abbiano subito una considerevole impennata, fungendo appunto da scatola per tutti i contenuti che lo riguardano.
Se quella di aggregatore é la definizione più comune attribuibile al “cavallo di Troia di Twitter”, innumerevoli, e per certi versi ancora inesplorati, sono gli utilizzi pratici che hanno permesso all’hashtag di emanciparsi da tempo dal suo social, tagliando così il cordone ombelicale e guadagnando grande popolarità, prima su Instagram, poi su Facebook e infine su LinkedIn e sul web tutto. Ah, non dimentichiamoci di Pinterest (chi vi scrive lo adora e non può proprio farne a meno).
Andiamo a scoprirne qualcuno.
L’hashtag...
Inserito a più riprese in un testo (possibilmente non in maniera ossessiva compulsiva) sposta l’attenzione del lettore su un contenuto che si vuole evidenziare. In tal caso l’hashtag abbandona la sua funzione primordiale di aggregatore per abbracciare quella di selezionatore visivo dei contenuti.
Può essere utilizzato a scopo di marketing come #viralizzatore attraverso l’utilizzo di messaggi sintetici e di forte impatto.
Puó essere utilizzato, unitamente al proprio nome o brand, come firma dei propri post.
Viene utilizzato sempre più spesso come claim, di cui ha preso il posto con prepotenza. Dovresti pensare parallelamente al tuo brand naming all’hashtag che andrai ad utilizzare. Insieme costituiscono una coppia perfetta da fare invidia a Bonnie e Clyde.
In definitiva l’hashtag si fa campo semantico della comunicazione. Prende il posto del testo e dell’immagine, addirittura diventa immagine. Pur nella sua staticità, è diventato spesso l’ariete delle più innovative campagne marketing.
L’hashtag é figo!
L’hashtag é bello!
L’hashtag é condivisibile.
L’hashtag fa comunicazione a sé!
Ma, per favore, non abusatene!
Qual é il vostro rapporto con gli hashtag?
E, a proposito, avete mai cliccato su un hashtag sul vostro social preferito per vedere cosa la ricerca vi restituisce? Scoprirete cose veramente interessanti
#buongiornissimo #kissini #ciaone #maiunagioia #sisbocciapoveri #echipiunehapiunemetta
“Nessun hashtag é stato maltrattato per la stesura di questo post!”
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