Countdown al 2000
Roma - Piazza Venezia, 1999
Un grande appuntamento e una risposta solida e sobria del Comune di Roma, firmata da Ettore Sottssas
Come ho già avuto modo di dire nel post di ieri, in vista del terzo millennio, tutte le grandi capitali del mondo avevano stanziato ingenti somme per la realizzazione di nuove grandi opere.
Il Comune di Roma decise, sin dall’inizio, di assumere un atteggiamento più sobrio e più solido.
Escluse l’ipotesi di realizzare un unico intervento faraonico e indirizzò le risorse economiche a disposizione su lavori di risanamento e restauro, preparandosi ad offrire la migliore immagine possibile al grande afflusso di turisti che sarebbero arrivati per il Giubileo e preoccupandosi di garantire il più corretto e duraturo investimento per un miglioramento effettivo delle strutture e della qualità del contesto cittadino nel suo complesso.
In questo quadro, l’unico intervento specifico per celebrare l’evento fu l’Orologio Count Down al 2000.
Ci attivammo per trovare uno sponsor e non fu difficile individuarlo nella Breil.
Più complesso, viceversa, fu il lavoro di analisi che fu fatto con le Soprintendenze e le istituzioni per definire l’area dell’intervento in relazione all’impatto che l’installazione, benché temporanea, avrebbe avuto sulla città in termini di dimensioni, di compatibilità con il luogo, di rispetto delle emergenze archeologiche e architettoniche, di interazione con il traffico, ecc.
Risolto questo aspetto ci concentrammo sull’opera da realizzare e ritenemmo che, all’eccezionalità dell’intervento, avrebbe dovuto corrispondere il coinvolgimento di una figura eccezionale. Decidemmo di chiamare il più grande architetto e designer italiano a progettare un piccolo regalo per Roma.
Fù così che chiamammo Ettore Sottsass, che comprese lo spirito dell’iniziativa e fu felice di aderirvi. Ed io ebbi la straordinaria occasione di collaborare con lui sul progetto e sulla realizzazione dell’opera.
Sottsass pensò ad una sorta di ziggurat, torri templi della Mesopotamia antica. Stessa forma, ma interamente ricoperta dalla vegetazione. Un’invenzione. Un gioco dei suoi, provocatorio, scanzonato, fuori dagli schemi… come molta della sua architettura e, in particolare, degli oggetti che ha disegnato negli anni e che sono entrati di diritto nella storia dell’architettura moderna.
Sarebbe sorta a piazza Venezia. Nel pieno centro della città. A due passi dal Campidoglio. E avremmo iniziato a costruirla con largo anticipo. Circa un anno prima del fatidico 31 dicembre 1999.
Sottsass era molto pignolo, come tutti i grandi maestri.
Nonostante la struttura di sostegno sarebbe stata coperta dalle piante, mi chiese di prestare molta attenzione nel montaggio delle tavole che rivestivano la torre. Voleva che non fossero attaccate tra loro e che lo spazio tra l’una e l’altra fosse costante. Una sorta di cassa di imballaggio, come di disse per fare un esempio.
Montammo tutto quell’Amba Aradam di fasce in legno con un distanziatore. Una ad una. Lui era lì, quel giorno. Arrivò da Milano senza dire niente a nessuno. E rimase molto compiaciuto del fatto che avessi seguito le sue istruzioni ed avessi trovato una soluzione. Una stupidaggine, in realtà. Ma ebbi l’impressione che avesse apprezzato il fatto che non lo avessi preso in giro. Che avessi preso la cosa sul serio.
In seguito me lo confermò. Avevo conquistato la sua fiducia e questo mi permise di avere una reazione professionale ed umana, per quanto confinata in un ambito temporale di solo un paio di mesi, molto stretta e sincera.
Già… il suo studio era a Milano, ma aveva progetti in piedi e cantieri aperti in tutto il mondo.
”Buongiorno,… si sono io, l’architetto Dobrovich. Posso parlare con il Maestro? … Urca! in Indonesia…?! E’ partito ieri dice… aah… E quando torna? No… perché semmai potrei venire su a Milano… dovrei discutere con lui di alcuni dettagli…”
”Guardi, il Maestro torna dopodomani, sabato, e fa scalo proprio a Roma. Se vuole lo avverto e potete vedervi direttamente in cantiere. Sarebbe meglio no?”
”Ah certo… grazie. Ma se l’architetto vuole riposare… il viaggio e lungo… Si,... magari domenica vuole riposare… Tutti quei chilometri in tre giorni... Possiamo fare anche lunedì, se crede. Non c’è problema.”
”No, no, confermiamo senz’altro per sabato. Arriva alle 10:00 in aeroporto… diciamo verso le 11:00 in cantiere, se per lei va bene. Perché poi nel pomeriggio riparte per Berlino, ché la sera ha una cena di gala per la sua mostra che si inaugura domenica. Naturalmente, se sabato lei non può, possiamo già fissare per lunedì mattina qui da noi a Milano. Magari presto, che il Maestro preferisce.”
”Va benissimo, grazie. Benissimo per sabato alle 11:00 in cantiere. Grazie.”
All’epoca il nostro architetto aveva 82 anni.
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