Ci sono storie che non si sono mai chiuse. E che hanno lasciato una scia tossica mai bonificata del tutto.
Io vorrei ricordare una di queste storie e vorrei farlo con la leggerezza e il dolore di una ballata. Una ballata della memoria.
E' una storia di guerra, una guerra che i giovani di oggi studiano sui banchi di scuola.
E' stata una guerra lunga, che ha lasciato per terra oltre 600 persone e migliaia di feriti. Feriti anche nell'anima.
E' stata una guerra moderna, fatta con le armi e fatta con le immagini, con eserciti stanchi e con eserciti segreti.
Con macchine antiche, piccole, quadrate. Macchine che oggi ci sembrano giocattoli.
E' stata una guerra di giovani e vecchi, di donne e di uomini. Di simboli, di stelle a cinque punte e di immagini in bianco e nero, una guerra di comunicati e di ragione di stato.
Una delle prime guerre televisive, una guerra raccontata giorno per giorno con i nomi dei morti, con i vestiti grigi dei politici della TV di stato e con le facce dei giornalisti trepidanti in studi bianchi.
Una guerra che abbiamo imparato a conoscere per il suo epilogo: il corpo piegato di Aldo Moro dentro una Renault rossa, con la barba incolta e il doppio petto che indossava il giorno del rapimento.
Qualcuno su questa guerra ha costruito racconti di mondi segreti, qualcun altro ha trovato la sua soddisfazione definitiva nelle verità giudiziarie e nelle immagini di processi rumorosi a rivoluzionari baffuti, occhialuti e vestiti con lo stile squallido degli anni 70.
E ancora oggi, anche noi che all'epoca eravamo poco più che bambini, non riusciamo a dimenticare. Perchè c'è qualcosa in quella guerra che ha trafitto le nostre convinzioni e che è rimasta là sul terreno, come il corpo di un soldato senza nome.
Mi piacerebbe essere un cantastorie per poter raccontare con grazia quei giorni che oggi tornano a noi con il ritmo sonnolento delle commemorazioni. Vorrei costruire una narrazione pop di quegli eventi, una ballata con la musica del Sand Creek di De Andrè.
Se avessi il dono della poesia o il tocco felice di un pittore, mi piacerebbe restituire a chi non li ha visti, i colori di quel mondo.
Un mondo che per me si esprime nel magico numero di 55 giorni di prigionia, in una condanna a morte decretata da una voce incerta in una telefonata fatta da una cabina telefonica. Una voce che parla delle ultime volontà del Presidente e non del prigioniero, con un rispetto da sindrome di Stoccolma al contrario: i carnefici che solidarizzano con la vittima.
Mi piacerebbe parlare di una cella grande come un ascensore, dove un uomo scriveva pagine e pagine, a mano, con una scrittura inclinata e frenetica, la scrittura di una persona che conosce il valore del tempo che ha a disposizione.
Una scrittura dalla quale emergono la delusione di un credente costretto a riconoscere che sì "il Papa ha fatto pochino, forse ne avrà scrupolo" e di un uomo di fede che si domanda come sarà il dopo e sogna che "se ci fosse luce sarebbe bellissimo".
Mi piacerebbe mettere il mio sentimento al servizio di una cultura popolare che ha bisogno di capire che cosa è successo di così profondo per alterare per sempre il rapporto di fiducia delle persone nello Stato.
Mi piacerebbe un rito collettivo, dove noi, che quella storia la abbiamo vissuta, riuscissimo a trasferire nelle mani delle nuove generazione una risorsa di memora non coreografica, ma vitale, accesa, attenta. Una memoria feconda che si avvicini appena appena alla verità del passato per capire meglio l'opacità del presente.
le immagini sono di mia proprietà