Le cose che ignoro (e che non capisco) sono molteplici.
Volevo scrivere un post nel quale condividere con voi la frustrazione, ma anche il sereno abbandono, che coglie l’ignorante consapevole. Perché non di tutto ci si può rammaricare, ma per alcune cose una vita non basta a darsi una ragione.
Proverò a dirlo in tre parole.
CONTEMPLAZIONE. Alcune ignoranze si contemplano con serenità. Come quelle che rappresentano l’esito di immersioni divergenti. Un esempio? La mia pigrizia mi ha portato istintivamente ad allontanarmi, in gioventù, da quelle discipline che richiedevano applicazione ed esercizio: la matematica, le scienze e la tecnologia in generale, le lingue cosiddette morte, ma anche la musica e il nuoto, nelle quali pure mi ero allenata.
Il risultato è stato quello di una scelta più o meno consapevole di immersione in linguaggi vaghi, eclettici, sempre morbidi al tatto che si possono riadattare e riutilizzare nella progettazione, nella scrittura, nell’elaborazione di strategie, nella ricerca di lavori i più vari, sempre accomunati dal fattore “flessibilità”.
Da questa posizione io contemplo, con un misto di gioia vorace e di sincera ammirazione gli esponenti delle specializzazioni esoteriche: i musicisti, gli ingegneri aeronautici, gli epigrafisti, gli archeologi, ma anche i cuochi e gli sciatori. Tutti quelli che, accidenti, un linguaggio speciale l’hanno imparato, coltivato e, come che sia, messo in tasca.

CURIOSITA'. Altre ignoranze generano curiosità. Per fortuna la curiosità è stata generosa con me. E la curiosità viene aiutata dalla fortuna o comunque dalle opportunità. Se sei condotta dalla vita a muoverti sul pianeta terra, a cambiare lavoro, a lavorare con persone più vecchie, molto più vecchie, poi più giovani, molto più giovani, straniere, diverse, a imbatterti nell’educazione degli adulti, nella gestione di una mensa, nella cooperazione allo sviluppo, nel giornalismo e parallelamente nella gestione di traslochi e nell’acquisizione di pezzi di famiglia…
Insomma se la vita ti ruota intorno come una giostra sei facilitata a dare spazio alla tua curiosità.
E quindi assaggi le cosce di rana in guazzetto, le cavallette fritte, dormi in un tempio buddista, accompagni una donna a denunciare suo marito, pianti una tenda da otto e riesci a colpire sul ring un’avversaria più alta e più giovane fino a metterla al tappeto.
La curiosità ti porta ad ascoltare, ad accumulare informazioni e immagini che entrano inconsapevolmente a far parte della tua identità e soprattutto a misurarti con ironia con la tua ignoranza. Sapendo che essa è talmente abissale da non poter essere colmata e quindi, tanto vale, ogni tanto provare a darle una scossa inserendo un nuovo elemento di conoscenza, un nuovo sapore, un nuovo mondo.
E anche un luogo "solito" lo guardi con occhi infantili, alla ricerca di una fata.
IMPOTENZA. Questo è senza dubbio l’esito più doloroso dell’ignoranza e quello più pernicioso per la salute. L’effetto di trovarsi di fronte a comportamenti, fenomeni e situazioni delle quali non si spiegano le ragioni, e di fronte alle quali non si può fare nulla, a meno di non adottare il comportamento di Michael Douglas nel film “Un giorno di ordinaria follia”.
L’impotenza scaturisce dalla domanda “perché” alla quale non si riesce a dare alcuna risposta. L’impotenza paralizza, oscura i pensieri, amareggia le giornate e lascia quel sapore di sconfitta che ti impasta il cervello e la bocca facendoti venire voglia, semplicemente, di scomparire rescindendo ogni legame con le tue responsabilità collettive e personali.
La mia impotenza si scatena di fronte alla rabbia violenta di due tredicenni che prendono a catenate un loro coetaneo per rubargli uno smartphone e trovano, non nello smartphone, ma nel delirio di onnipotenza che deriva dall’averlo rubato in questo modo sanguinario, la ragione più intima del loro equilibrio.
Questo mi genera una paralisi del giudizio. Non so dire, non so commentare e non so prendere posizione.
Sono impotente.
Ma, l’impotenza non si genera solo nel dramma. Si genera anche nella trascuratezza. Nell’assenza di attenzione, nella sommarietà dei comportamenti e dei giudizi, nella scelta consapevole di delimitare un recinto entro il quale rispettare le regole così da essere liberi di violarle appena il recinto si oltrepassa.
La tua casa è onorata, ma intorno alla tua casa c'è morte.
Volgarità, sciatteria, abbandono, incuria. Comportamenti letali dentro una famiglia, dentro un luogo di lavoro e dentro un’arena di pubblica responsabilità come un’amministrazione. Eppure così diffusi, così capillari, così striscianti.
Così arroganti!
Ruotano tutti intorno alla convinzione che il mondo sia in debito con noi e che, quindi, ogni opzione sia ammessa e ammissibile. Urlare al cellulare dentro il vagone di un treno, abbandonare il proprio rifiuto sul bordo di una strada, entrare di prepotenza su un mezzo pubblico in sosta, prima che le persone che devono farlo ne siano scese, lasciare un’auto parcheggiata in curva, guardare il mondo vedendone sempre meno, sempre meno, sempre meno.
le immagini sono di mia esclusiva proprietà, scattate con Samsung Galaxy S6 e Huawei P10