Ho deciso di farmi coraggio e misurarmi con un tema scabroso.
Eh sì, perchè l'effetto che gli atti del cosiddetto "bullismo" generano in me è difficile da descrivere, e mi sforzo di prenderla sempre alla larga, anche sul lavoro, visto che, occupandomi di bambini, non è insolito che mi salti addosso come un animale pesante e maleodorante.
Sono abituata chissà perchè a pensare che nessun sentimento sia brutto. Anche la rabbia ha una sua bellezza perchè a volte produce cambiamenti importanti. Così come l'odio, che è in grado di montare rivoluzioni giuste, o l'invidia, che, se tenuta al guinzaglio, può anche aiutare a consolidare la propria autostima.
Ma al sentimento del disprezzo, ahimè, non riesco ad associare nulla di buono. E credo che la radice del bullismo sia il disprezzo.
Il disprezzo nasce dalla paura e dall'ignoranza, dalla necessità di tutelare la propria integrità emotiva ricorrendo al metodo della "sottrazione di terreno": se umilio te, nobilito me. Io esisto perchè tu sei una merda.
Ho trovato assai fuorviante il commento del giornalista Michele Serra, sulla sua nota rubrica, l'Amaca. In sintesi: siccome sono un intellettuale milanese, voglio essere provocatorio. Quindi vi dico che più sei in basso nella scala sociale, più frequenti le scuole di serie B, come gli istituti tecnici, più sei incline o predisposto al bullismo.
Sì, lo so non è esattamente quello che ha detto, ma è il suono che ne è uscito.
Purtroppo, sono una ragazza della fine degli anni '70, e questo genere di affermazioni mi fa venire le bolle. La società divisa in classi ordinate - i ricchi al liceo, i disgraziati alle scuole tecniche - non esiste più. Così come sono finiti i CD, i negozi di balocchi e i biglietti di invito per il the.
E quella radice di diversità sociale, di cui parla Serra, ha subìto una torsione importante, si è appianata per un istante, per poi ramificarsi di nuovo in mille nervi diversi, che si sono nutriti di grida televisive, di paure del diverso, di ambizioni di emancipazione in saldo, di incapacità di progettare una scuola adatta a questo presente e proiettata in un futuro sconosciuto.
Non c'è nulla di intatto, nemmeno quel nocciolo duro di diseguaglianza a cui Serra fa riferimento, perchè la frana che si è abbattuta sulla cultura sociale mondiale, e non solo su quella italiana, ha la faccia di un orco vorace, che ha travolto alcune pietre miliari della convinvenza e le ha spostate lanciandole lontano, così lontano che ormai è impossibile orientarsi usando la vecchia bussola delle classi sociali.
Le famiglie racchiudono un nocciolo duro di contraddizione. Da un lato si innalzano vessilli da crociata sul valore della famiglia, e, dall'altro, si smantellano tutti quegli strumenti di welfare (sociale, educativo, culturale) utili a dare una solidità alle famiglie stesse, sostenendo la loro capacità di nutrire le nuove generazioni con la ricchezza dell'educazione e la dolcezza del sentimento.
Non basta fare più figli per costruire il futuro. Occorrono strumenti nuovi per capire come crescere un figlio, strumenti adeguati al linguaggio dei #140caratteri e alla frenesia del parlare rapido e sconnesso dei social.
Vogliamo le famiglie, quelle belle classiche pulite e bianche, ma non sappiano con quali risorse e competenze queste belle famiglie potranno trasmettere il senso della libertà e del rispetto, la fatica del pensiero, le leggerezza delle carezze o la reciprocità del gioco amoroso.
Non sono gli scugnizzi di Pasolini a insidiare con la loro arroganza i compagni più fragili o i professori più vulnerabili. Sono gli ignoranti della nuova era quelli con cui ci misuriamo. Ragazzi e ragazze che mostrano con orgoglio il piglio della sopraffazione arrogante, perchè più annienti il diverso da te, che sia un gay, un nero, un insegnante o un compagno timido, più potrai costruirti un'immagine di durezza che ti proteggerà da una vita insignificante.
E gli ignoranti della nuova era li vediamo su tanti palchi diversi, non solo nelle scuole di minor prestigio. Li vediamo violenti sui social, li vediamo sprezzanti nei video amatoriali di percosse e insulti, li vediamo a bordo di macchinette costosissime mentre tagliano la strada ai passanti sulle strisce pedonali o prendono a calci una panchina.
Mi piacerebbe che ci sforzassimo di pensare, di osservare, di capire, di esaminare con più oculatezza e con maggior discernimento quello che abbiamo costruito e distrutto negli ultimi 20 anni. Senza giudicare in fretta, ma assaggiando con coraggio tutti i bocconi del piatto, anche quelli che ci sembrano più disgustosi, per capirne l'origine e riportare in chiaro qualche punto fermo.
Ad esempio, che senza una seria politica per la famiglia, la scuola e la cultura non si arriva lontano. O che l'incapacità di vedere l'altro come un essere umano genera l'ostilità veemente del bullismo. E l'incapacità di vedere l'altro non nasce dalla vecchia articolazione della società del novecento, ma da una nuova organizzazione del mercato dei significati. Che va capita e gestita, assecondata nei suoi lunguaggi e soprattutto guidata verso obiettivi di qualità delle relazioni sociali.
Non basta scrivere quello che ci passa per la testa (e parlo naturalmente anche per me). Viviamo in un mondo dove capire è sempre più difficile, perchè le parole si sovrappongono in fretta con le immagini, e spesso non sono parole pacate, ma urla di prevaricazione. E talvolta capire è difficile anche perché siamo impigriti da un vivere che ci sembra terribilmente semplice, come prenotare un volo a basso costo online, o comprare un fresa per il legno su Amazon.
È vero, le operazioni quotidinane sono diventate molto più semplici, ma le relazioni tra gli esseri umani sono molto più complicate. Dobbiamo farcene una ragione.
scatti presi con un modesto Huawei p10 di mia proprietà