San Lorenzo è un quartiere di Roma.
Di quelli dove si è fatta la storia dell'identità romana e che poi sono diventati un deposito di frikkettoni, adolescenti, sessantottini un po' patetici, nuovi cittadini e vecchi artigiani.
Uno di quei quartieri colorati e squallidi insieme.
Di quelli che "c'è più spaccio che piccioni".
Ma dove in controluce vedi i pezzi del passato romano, quello intenso, borbottante di pasta e fagioli, che palpita di rigagnoli fetenti e di puzzo di aringhe affumicate dai cortili
San Lorenzo è un must della gioventù che si fa un mojto o una birra allo zenzero, e un presidio di ricordi delle radio popolari e dell'autonomia operaia, di botte della polizia, di armi nascoste, di bombe sul cimitero.
I quartieri parlano se li guardi in un giorno di pioggia, come le donne senza trucco.
Parlano con la flemma del sabato, che si lavora, ma si lavora col cuore più leggero; e parlano col silenzio delle saracinesche abbassate, col chiasso dei muri sporchi, con l'umido che infiltra le suole delle scarpe.
A me San Lorenzo non è mai piaciuto, ma anche mi attira. Come mi attirano i quartieri spagnoli: il buco nero del centro ricco della città reale, il cuore malato della Napoli borbonica, che ancora oggi vive di rendita e di ricordi.
In certi quartieri si appoggiano le anime sporche delle città, in mezzo a squarci di futuro, egiziani gentili che ti vendono datteri carnosi nel negozietto all'angolo, sì proprio di fronte all'opera combattenti dell'Esquilino.
Epoche che si toccano, sconosciuti che vivono insieme nel pasticciaccio mefitico e splendente di una città corrotta, stanca, piegata dalla sua stessa incapacità di redimersi.
Quando cammino per Roma, non riesco a non pensare. E vedo sempre il suo sortilegio, la sua maledizione che mi incatena e la rabbia pura, trasparente del dolore per la sua morte lenta.
E prima della fine gli ho dedicato il mio necrologio, il mio anatema da amante tradita.
Perchè a Napoli ho respirato le mie radici, a Milano ho trovato la pace della mia vita attiva, a New York ho incontrato l'immaginario della mia formazione giovanile e a Dakar tutti i colori delle cose in cui credo.
Ma solo a Roma torno sempre, con la stessa delusione ardente e con lo stesso orgoglio mutilato, sanguinante. Con l'insofferenza del quotidiano e il peso degli anni numerosi che abbiamo condiviso.
E la guardo di sabato, in un tempo sospeso, grata alla pioggia che lucida quei colori inconfondibili. E la guardo senza più speranza di riscatto, con il sollievo della resa a un destino che non posso allontanare.
Un cesso, il mio bellissimo cesso.
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