Ci sono parole che si usano troppo. E spesso si usano male. Sarà una mia debolezza, ma purtroppo ho sviluppato una forte idiosincrasia ad alcune parole: sostenibilità, resilienza, rete, condivisione. Sono parole bellissime, ma consumate dall'inerzia dell'uso.
Perchè talvolta le parole sono scudi dietro i quali si nasconde la pigrizia dell'azione. Parlare per non fare, parlare per accontentarsi di sè stessi.
E ci sono parole che si dimenticano, ma che sono importanti.
Ecco, oggi vorrei parlarvi della resistenza.
Quella che matura col tempo e con le cicatrici. Quella che fa pesare le gambe, ma si appoggia a un senso di disciplina che non sapete neppure voi da dove venga.
La resistenza alle ingiustizie, alle occupazioni militari, ai soprusi, all'arroganza. La resistenza agli imprevisti, alla noia e all'abitudine, la resistenza allo scoraggiamento e alla paura.
La resistenza pacifica, coraggiosa e tenace. La resistenza che è compagna della pazienza e si nutre di responsabilità.
La resistenza che sa anche quando è ora di tacere e di dire basta, quando la lacerazione è troppo profonda e resistere non serve più a nulla. La resistenza che capisce quando la battaglia è persa.
Vorrei rubare lo spazio che questo post mi concede per dirvi che ci sono state resistenze giuste che sono diventate pezzi dell'ingranaggio di tutte le nostre vite. Resistenze che hanno generato diritti e libertà. E ora quei diritti e quelle libertà sono nostri, come un paio di scarpe o una sciarpa. Certo non dobbiamo smarrirli, e qualche volta dobbiamo pulirli o ricucirli. Ma sono roba nostra.
Sto in un punto della camminata che mi permette di vedere il dopo della mia fase giovanile, con gli orgogli e le frustrazioni che ne derivano. Ed è interessante, ve lo assicuro.
Vedo i risultati delle nostre resistenze nelle vite delle generazioni successive alla mia, con sconforto a volte, ma altre volte con gioia. Vedo ragazzini e ragazzine che pensano con le loro teste, che chiedono, che cercano, che vogliono capire e mi riempio di un sentimento decisamente nuovo, la soddisfazione per quello che ho dato, che si affianca benissimo alla sazietà per quello che ho preso.
Sono giorni di riflessione, che forse derivano dall'incertezza vera del destino italiano, dai ricordi di un decennio di stragi e terrorismo e forse chissà anche dalla fortuna che ho di conoscere persone che lavorano bene.
E allora mi domando se accanto all'impotenza gelata che mi pende quando vedo i profughi siriani o i corpi di uomini donne e bambini disperati che galleggiano nel Mediterraneo, se accanto a quell'impotenza non stia prendendo forma anche un filo di positiva considerazione degli esseri umani, dei sentimenti che li legano, delle nuove consapevolezze e solidarietà che si scatenano grazie all'impianto profondamente social della nostra comunicazione.
E mi convinco che sì, ci sono parole abusate, parole usate a sproposito e parole che abbiamo smesso di usare per cinismo e pessimismo. Ma che forse potremmo rispolverare con una nuova e matura dose di speranza. Parole come resistenza.
Perchè sono convinta che all'orgia di non senso e di male che attraversa i nostri sguardi come una vertigine quando li posiamo sul mondo, si contrappone la nostra capacità di resistere. Non si tratta di un comandamento morale ottuso, ma di un esercizio di osservazione e di fiducia.
E sì, anche fiducia è una parola che in questa fase della vita trovo vergognosamente bella.
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