In questi giorni ho pensato al razzismo.
Non solo alle persone razziste, ma al razzismo che potrebbe essere anche in me.
Al superficiale modo di dire "i romani sono volgari, i francesi hanno la puzza sotto al naso, i pakistani puzzano d'aglio".
Dai finiscila col politically correct...
Rifletto.
E rileggo un'altra volta le parole che, in questi giorni, mi hanno suscitato una certa apprensione. Sono parole semplici e un po' old fashion, parole che sarebbero state bene in bocca al protagonista di un libro di Charlotte Bronte.
Una lirica elogiativa di uno storico liceo romano, costipata in un blocchetto di testo, circoscritta nei 1500 caratteri imposti dal RAV, il Rapporto di autovalutazione che le scuole inviano al Ministero dell'Istruzione per, appunto, autovalutarsi.
Uno strumento che onestamente non conosco, ma che si apre con una schermata nella quale si chiede di descrivere lo status socio-economico e culturale delle famiglie degli studenti.
Capisco, si vuole avere un quadro di riferimento: ci sono, in quella scuola, studenti stranieri, disabili, nomadi, provenienti da famiglie svantaggiate? Si chiamano domande guida.
E la dirigente scolastica, la Preside, una bella signora di nome Clara Rech, dopo aver letto le domande guida, compila il blocchetto relativo alle opportunità offerte dal suo istituto. E scrive, appunto, quei 1500 caratteri che tanto mi hanno turbato.
L'essere il Liceo classico più antico di Roma conferisce alla scuola fama e prestigio consolidato, confermato dalla politica scolastica che ha da sempre cercato di coniugare l'antica tradizione con l'innovazione didattica. Molti personaggi illustri sono stati alunni del liceo. Le famiglie che scelgono il liceo sono di estrazione medio-alto borghese, per lo più residenti in centro, ma anche provenienti da quartieri diversi, richiamati dalla fama del liceo. Tutti, tranne un paio, gli studenti sono di nazionalità italiana e nessuno è diversamente abile. La percentuale di alunni svantaggiati per condizione familiari è pressoché inesistente, mentre si riscontra un leggero incremento dei casi di DSA (disturbi specifici di apprendimento). Tutto ciò favorisce il processo di apprendimento, limitando gli interventi di inclusione a casi di DSA, trasferimento in entrata o all'insorgere di BES (bisogni educativi speciali).
I giornali italiani, si sa, spesso non fanno un buon servizio all'informazione. Un po' perchè le classi dirigenti sono tutte in crisi, in primis quella dei giornalisti. Un po'perchè i giornali hanno i conti in rosso, non li compra più nessuno, e se vuoi mantenere una testata con il suo orgoglioso sviluppo cartaceo devi dire qualcosa che sia talmente frizzante per gli intestini del compratore che lui, o lei, sia disponibile, ancora una volta, a comprare.
E ci troviamo di fronte a uno scenario squallido, distopico, amaro.
Uno strumento di autovalutazione partorito da un burocrate di media grandezza, trasferito a presidi ansiosi di guadagnare credibilità in vista di una seducente e "a venire" autonomia degli istituti scolastici, il tutto reso noto attraverso un articolo sonoro e sordo al tempo stesso, ottuso, ansioso solo di bucare il torbido tran tran dell'Italia che si prepara alle elezioni politiche. Il tutto senza cura, senza un disegno, senza un obiettivo se non quello arrivare al giorno dopo e, possibilmente, di arrivarci con una chance in più di durare nel tempo: il ministro, la Preside, il giornale.
E io sono triste, lo ammetto.
Sono triste perchè ho creduto al potere trasformativo dell'educazione e alla sua arma più potente, la scuola.
Sono triste perchè ho creduto alla forza rivoluzionaria della libertà di informazione e della libertà dei mezzi di informazione dai piccoli e grandi potentati che danno ogni tanto una pillola salvavita al moribondo mondo dell'editoria.
Sono triste perchè non riesco a tollerare che un ragazzo straniero o disabile sia considerato un disturbo all'apprendimento dei suoi compagni "di estrazione medio-alto borghese", perchè non credo che lo sia.
E perchè sono convinta che le ragioni di disturbo all'apprendimento siano altre, non ultima la difficoltà di misurarsi con una platea giovanile nuova, che cambia continuamente, che è molto più individualizzata di quella di venti o trenta anni fa. Giovani che faticano a stupirsi perchè sono veloci e competenti. E faticano a riconoscere l'autorevolezzadi un adulto, perchè sono autosufficienti e presuntuosi. E faticano ad amare la conoscenza, perchè quella che vogliono sanno come prenderla. E forse anche perchè, qualche volta, chi li accompagna nel loro viaggio di conoscenza magari non sa bene da che parte cominciare.
I ragazzi e le ragazze seduti in un'aula scolastica sono magnifici e sfidanti!
E' difficile e appassionante il lavoro, tanto dileggiato e sottovalutato, dell'insegnare.
Perchè non è faticoso studiare quello che va insegnato, ma è faticosissimo capire quelli e quelle a cui dovrai insegnarlo. Capire chi sono, come cambiano, che cosa desiderano, come riuscirai ad accenderli o a spegnerli. O a farli ridere.
E allora, leggendo le sciocche parole della Preside Rech, mi sono sentita profondamente turbata, delusa e scoraggiata. Perchè sono il segno che la scuola ha gettato la spugna, ha dichiarato conclusa e persa la sfida contro la banalizzazione della realtà.
E ho pensato che il razzismo non è altro che una enorme semplificazione della realtà dettata dalla paura.
Perchè quello che non è semplice spaventa di più.
Perchè è più facile pensare che i nigeriani siano sanguinari, perchè un nigeriano ha fatto a pezzi una ragazzina di 18 anni, piuttosto che pensare che ci siano nigeriani sanguinari proprio come ci sono comaschi sanguinari. Perchè Olindo Romano e Angela Rosa Bazzi sono di Erba, in provincia di Como. E hanno sterminato 4 persone prima di dare fuoco alla loro casa. Ah sì, e tra queste 4 persone c'era anche un bambino di due anni.
Però dopo la strage di Erba nessuno ha pensato di dire che i comaschi sono sanguinari. Perchè, semplicemente, i comaschi non fanno paura e i nigeriani si.
Perchè? Ma perchè sono neri di pello, forse, o perchè molti di loro vivono in villaggi dove l'uso del machete è abituale per lavorare la carne o raccogliere la legna.
Ma quale scienza ha decretato che questo li renda sanguinari? Nessuna. Nemmeno la statistica aiuta questa teoria.
Tra i crimini registrati dal Viminale nel periodo giugno 2016, giugno 2017, gli imputati "stranieri" sono il 20% del totale, che significa che l'80% dei crimini è commesso da italiani.
Se vogliamo parlare degli stupri, tema sul quale la lingua razzista tende a trovare la sua massima espressione di potenza, il 65% è commesso da italiani, il 10% da rumeni, l'8% da magrebini e il rimanente 17% diviso in percentuali da prefisso telefonico tra altre nazionalità.
Semplificazione. Ecco da dove nasce il razzismo. Perchè dire che "gli arabi stuprano perchè la donna in quelle culture non viene rispettata" è più rassicurante che domandarsi se non esista, più che una questione di razza, una questione di genere.
C'è una letteratura vastissima sul tema della luce. Sant'Agostino parlava di Dio come luce della conoscenza, Theodor Adorno parlava del concetto come la luce che illumina un fatto, Aldo Moro parlava dello sconosciuto mondo della morte che lo attendeva dicendo "se ci fosse luce sarebbe bellissimo".
La luce è il pensiero che mi conforta in questi giorni di parole in libertà. La luce dell'ascolto e della conoscenza, ma soprattutto la luce che dà il pensiero critico, la libertà di andare oltre la prima impressione e la pazienza di attendere una luce più forte in grado di illuminare verità più profonde.
Se credessi, pregherei per la luce. Sì, proprio come i blues brothers!

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