Sono entrata su Steemit che era estate.
Un amico, di cui farò il nome, , nelle conversazioni estive più o meno serie che si accavallano quando la pressione del lavoro è più leggera, raccontava a me e ad altri amici, tra cui
e
, che cosa era il mondo Steemit.
Un mondo appunto, che funzionava con delle sue regole e dei protocolli di comunicazione, una sua economia e un suo sistema di valute. Indipendente dal mondo delle strade, dei palazzi e delle monete in metallo e carta, ma anche connesso a questo mondo. Una realtà virtuale che creava il suo valore e sul quel valore costruiva mercati.
La piattaforma Steemit, cercava di spiegarci mentre lo guardavamo ottusi fingendo di seguirlo, era una piattaforma, dove si poteva comunicare come in un qualunque altro social network, con la differenza che la comunicazione produceva valore.
Insomma una società abbastanza robusta che convergeva in un teatro immateriale scambiando parole e attribuendo a queste parole un valore in base a un meccanismo di riconoscimento, apprezzamento e fiducia.
Chi governa questa società?
Beh, come in tutte le società ci sono ruoli e posizioni: alcuni contano molto e pesano molto, altri contano poco, altri, come te, non contano letteralmente nulla. Le gerarchie si costruiscono in base a un sistema di legittimazione autoctono, dato dagli investimenti di tempo, competenze e denaro che ciascuno ha fatto, e dal potere di voto acquisito grazie a tali investimenti.
Bene. In sostanza che devo fare?
Scrivi.
Sì ma che cosa scrivo?
Quello che ti piace scrivere, quello che sai scrivere. Fallo in inglese, perché è la lingua più riconoscibile.
Bene. La prima mossa?
Facile. Ti iscrivi, apri un tuo account dove potrai controllare un blog, le interazioni con gli altri utenti, e un portafoglio di valute e potere di voto.
Ah, e cosa importante, questa piattaforma è trasparente come l’acqua. Tutto ciò che succede sul tuo account è visibile, pubblico, alla mercè del mondo.
Mi iscrivo.
Scelgo un nomignolo e ricevo indietro una password che da sola basterebbe a scoraggiare anche Giobbe. La copio dovunque. A casa mia ci sono pizzini e immagini fotografiche della mia password di Steemit praticamente in ogni dove.
Perché? Presto detto, perché se perdi la password perdi tutto.
Passaggi importanti di questo approccio estatico al magico mondo Steemit sono l’incontro con Telegram, la conoscenza di Bot, una specie di sistema automatico di risposta alle domande sceme e l’ingresso in un gruppo di italiani che, come me, cominciava a muovere i primi passi sulla piattaforma.
Non eravamo tutti allo stesso livello, alcuni erano autorevoli. Mi approccio a loro con una certa circospezione rispettosa, e scopro che sono gentili. Tal mi segue passo passo nella procedura di iscrizione al voto automatico. Poverello, si vede che all’epoca la comunità italiana era piccola e ci si poteva permettere il lusso del badantato virtuale.
Dal mio osservatorio invero non proprio centrale, scopro con lentezza ma anche con discreta soddisfazione, un vero e proprio universo di dinamiche.
Quelle economiche, che ruotano intorno all’ascesa sempre più pesante del cryptomondo, fatto di valute, di mercati, di competizioni, di borse, di valori che salgono e scendono. Quando ho rivelato al direttore della mia banca che mi dilettavo da superincosciente in questa avventura, l’ho visto accendersi di cupido interesse e ho capito che il mondo delle banche gira a vuoto in un segmento sempre più angusto di economia e annaspa cercando di posare le sue vecchie zampe sul giovane e aitante sistema delle economie appoggiate sulle blockchain. Ma senza successo, con uno sguardo inebetito e vuoto.
Poi ci sono le implicazioni antropologiche. Le comunità umane che crescono intorno al sistema economico delle cryptovalute, con le loro strategie di consolidamento, i loro riti, le loro brandizzazioni, il loro ciclo di vita e le loro leggi. Anche gli italiani si danno da fare, pur essendo pochi nel mondo, ma si organizzano e anche nell’universo italiano, la comunità della quale sono entrata a far parte Steempostitalia, ha mosso i suoi bei passi nel tempo, consolidando la sua forza assemblando un bel numero di aderenti e lavorando sulla qualità della produzione con la rubrica Podium e con una serie di strumenti e incentivi.
E per finire ci sono le implicazioni umane, quelle più personali ed emotive. Nuove conoscenze, nuove competenze, nuove attività. Mi sono trovata a recensire post di altri, a commentare, a riflettere, anche a discutere in toni accesi.
E’ tutto nuovo, a metà tra un divertissment e un lavoro, tra un social e una start up.
Non so ancora bene come posizionarmi. Per natura sono prudente nel disegnare scenari, ma confesso che da molti anni non mi capitava di incontrare l’innovazione così da vicino, al punto da rivolgerle la parola. E poterle dire, con un certo fare sborone, “se il mondo cambia, stavolta ci sono anche io”.
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