Chi di noi sa esattamente quante sono le persone che vivono in Italia con il generico nome di immigrati?
Chi di noi sa quali siano i diritti di queste persone in base alla legge e alla costituzione?
Chi di noi sa precisamente da quali paesi vengono?
Chi di noi conosce le città e il tipo di vita che hanno lasciato?
Però abbiamo un'opinione su che cosa si dovrebbe fare con loro. E abbiamo un'idea chiara delle sensazioni che ci suscitano, delle paure che evocano.
L'emozione viene sempre prima della conoscenza, e questo è normale.
Per questo ci sono - o ci dovrebbero essere - posti e occasioni dove le emozioni umane si smontano e si rimontano in modo da fare meno male. La scuola, la partecipazione, la politica, il dialogo, l'informazione, l'educazione.
E sì, va bene, siamo tutti un po' seccati dal fatto che non sappiamo quanti di questi signori Abdul e Nadim, Saeed e Momo arriveranno nel nostro quartiere con le loro facce e le loro abitudini. I loro odori e il loro portamento ciondolante e sospetto. Le loro invasioni nelle nostre piazze.
Siamo indignati dalla violenza, siamo spaventati dalla differenza, siamo noi. Con le nostre parole un po' inappropriate a dire "aiutiamoli a casa loro", sì, proprio come facevano gli americani con il Piano Marshall nell'Europa distrutta dalla guerra, mentre decine di migliaia di italiani, polacchi, irlandesi, greci, spagnoli si spostavano verso "la terra delle opportunità", il grande cuore americano che ci aspettava feroce dietro la porta atlantica.
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L'Italia ha 3000 km di coste, e i nostri bei bambini, le nostre case pulite, le nostre imprese edili, la ristorazione, le spiagge luminose, le montagne riposanti, i diritti sempre in bilico ma scritti nero su bianco...tutto questo fa di noi e dei nostri colleghi europei la nuova terra delle opportunità.
E non saranno le lettere dei parenti partiti prima a invogliare le persone a venire, ma, molto più semplicemente, i potentissimi wifi delle coste libiche e dei quartieri sventrati di Aleppo che rimandano immagini in alta definizione dei nostri profili facebook e delle nostre allegre pubblicità di mulini bianchi con avvenenti mugnai che preparano biscotti profumati, e bimbi sani che corrono, e mamme preoccupate di non comprare biscotti con l'olio di palma.
Non abuserò della vostra pazienza per dirvi che cosa ne penso io. Probabilmente non vi interessa. Ciascuno di noi ha un pensiero, una paura, una speranza, una lacrima che scorre, una luce rabbiosa negli occhi.
Ma voglio approfittare di questo spazio per dirvi che non basteranno i muri e le ingiurie sanguinolente, non le sociologie approssimative di "questi ci portano la poligamia", non le ignoranze collettive consacrate nelle trasmissioni televisive per fermare il movimento delle persone.
Le persone si muovono e continueranno a farlo, i bambini che verranno saranno un po' diversi, gli odori delle bettole si moltiplicheranno, probabilmente la polizia avrà più da fare e magari si deciderà che fare delle migliaia di metri cubi di edifici abbandonati e degradati di questo paese.
Ci saranno piccole e grandi guerre civili, idranti nelle piazze e orripilanti discussioni sui social. Ma il mondo si muove e noi ci muoviamo insieme al mondo, cambiamo lentamente anche noi, impariamo. Anche noi migriamo...anche se rimaniamo sempre qui.
Non c'è purezza che possiamo conservare, e non c'è mai stata. Perchè lo zenzero ce lo porta l'oriente, la seta la Cina, il the l'India, i pomodori gli americani, gli argenti più belli il Nepal e l'Afganistan. E se pensiamo che il più grande impero della storia sia stato quello romano, dovremmo studiarci meglio la storia di Gengis Khan.
Possiamo solo navigare insieme allo spazio e al tempo che si trasformano intorno a noi e con noi. Forse sarà dura. Ma lo sarà per tutti, e, alla fine, siamo noi che abbiamo la parte più grossa della torta.
Una delle poetesse che amo di più al mondo, Wislawa Szymborska , in PensieriParole, esprimeva molto meglio di quanto possa fare io, questo senso di precarietà del vivere che, a mio giudizio, è la cosa che più somiglia all'idea di libertà.
Nulla è in regalo, tutto è in prestito.
Sono indebitata fino al collo.
Sarò costretta a pagare per me
con me stessa, a rendere la vita in cambio della vita.
È così che è stabilito,
il cuore va reso
e il fegato va reso
e ogni singolo dito.
È troppo tardi per impugnare il contratto.
Quanto devo
mi sarà tolto con la pelle.
Me ne vado per il mondo
tra una folla di altri debitori.
Su alcuni grava l'obbligo
di pagare le ali.
Altri dovranno, per amore o per forza,
rendere conto delle foglie.
Nella colonna Dare
ogni tessuto che è in noi.
Non un ciglio, non un peduncolo
da conservare per sempre.
L'inventario è preciso,
e a quanto pare
ci toccherà restare con niente.
Non riesco a ricordare
dove, quando e perché
ho permesso che aprissero
questo conto a mio nome.
La protesta contro di esso
la chiamano anima.
E questa è l'unica voce
che manca nell'inventario