Martin Heidegger diceva "nessuno può saltare oltre la propria ombra".
Non c'è bisogno di spiegare il significato dell'affermazione. Sei quello che sei.
Ora la domanda è: qual è precisamente la nostra ombra? E quali sono i suoi confini?
Le mie ombre sono molte, molte deboli cinghie che mi legano, magari non fanno male, ma so che sono là. Nell'oscurità le avverto, e mi salvano dall'essere esattamente uguale a qualcun altra, ma anche mi proiettano sempre e sempre e sempre nello stesso film. E io sono là, e non ne uscirò. E lo so.
Nel mio lungo peregrinare tra le parole altrui, nel modo intermittente e incostante che mi appartiene, ho trovato sempre fastidiosi due tipi di invettive. Quella contro il calcio, e quella contro i cosiddetti "gattini".
Amo il calcio e amo i gatti. E non c'è nulla da fare, sono parte della mia ombra. Delle mie ombre.
Voglio cominciare con i gatti, perchè il calcio è un'ombra che mi ha recentemente travolto con un fiume bollente di insostenibile sconforto e mi devo un po' schiarire le idee prima di ricominciare a parlarne.
I gatti, erroneamente chiamati "gattini" (sono gatti anche da cuccioli) sono esseri dotati di grandissima ironia. Per questo incedono in modo maestoso e stanco, senza mai trotterellare, e ti guardano con interesse, ma sempre alzando un sopracciglio, come a dire..."sei ridicolo".
I gatti, quindi, non sono mai "gattini", sono semmai, come dicevo prima, gatti piccoli. Non lasciatevi ammaliare dal loro aspetto simile a quello di un pupazzo di pelo. Anche da cuccioli sanno esattamente quello che vogliono e, semplicemente, se lo prendono, che si tratti di una palla di gomma o di un gingillo prezioso. Per loro il tuo sentimento è piuttosto irrilevante. Lo capiscono, e talvolta lo assecondano; ma non provano alcun senso di colpa ad ignorarlo.
I gatti non si addomesticano mai fino in fondo, ma sanno partecipare dei tuoi dolori. Possono essere molto affettuosi e persino empatici - qualunque sia il significato che date a questo aggettivo - ma sono costitutivamente incapaci di arrendersi del tutto alla nostra volontà.
I gatti hanno personalità multiple e si organizzano in base all'ambiente che si trovano a gestire. Possono serenamente comportarsi come cani e seguirti con umiltà, e, con la stessa serenità, improvvisamente deviare e impegnarsi su un'opportunità più interessante di quella che gli stai offrendo.
Ho incontrato gatti forastici e aggressivi, e gatti assolutamente mansueti. A casa mia vive una gatta molto bella, affetta fin dai primi mesi di vita da una patologia neurologica che le ha danneggiato l'equilibrio. E' rumorosa, rotola invece di camminare, salta con l'agilità di una foca e pretende spesso di essere trasferita da un posto all'altro facendo leva sulla sua disabilità. E' l'essere più organizzato che io abbia mai incontrato, ha costruito un ambiente di vita assolutamente ottimale in conformità alle sue ridotte possibilità motorie.
Ma ho ospitato anche una gatta astuta e piuttosto autoreferenziale. Appassionata di corse sfrenate e dotata di una spiccata predilezione per i maschi di casa. Mostrava una notevole indifferenza nei mei confronti, salvo in oraraio pasti, e appariva decisamente impermeabile alle mie richieste.
Ma ricordo una serata molto dolorosa per me, una serata solitaria, anche se completamente anonima e uguale alle altre nelle sue forme esteriori. Avevo solo il cuore pesante e mi scendevano delle lacrime insistenti e inconsolabili. La signora gatta indifferente è venuta a farmi compagnia, senza che io la chiamassi o provassi a portarla con me per ricevere conforto. Semplicemente lo ha fatto di sua iniziativa, con una inspiegabile, imprevedibile e sorprendente dolcezza che non aveva e non ha mai più manifestato.
E sì lo so ci sono anche modi ridicoli o esagerati di mostrare il proprio trasporto per questi esseri misteriosi, e ammetto che talvolta trovo sproporzionato il fanatismo di alcuni umani e umane nei confronti dei felini domestici. Ma io sono da quel lato del tavolo. Dalla parte di chi si inchina di fronte al magnetismo dei gatti, alla loro capacità di essere vicini con una discrezione assoluta e con una inquietante capacità di leggerti dentro.
E vogliamo ora venire al calcio? Anche no, direbbe qualcuno. Perchè sì, lo sapete tutti e tutte che sono un'estremista romanista, anche se sempre più dopata dalla capacità di autocensurarmi.
Ci sono persone che dicono apertamente "il calcio mi fa schifo", o persone - qualcuno recentemente proprio su queste pagine - che parlano del calcio come dello sport più finto, ridicolo e corrotto che ci sia (forse le parole non erano proprio queste, ma il senso sì).
Non c'è spazio per discutere dei mali del calcio come business nazionale e internazionale. In altri paesi, come gli USA, lo stesso tipo di business si sviluppa su altri sport, come il basket o il baseball. Perchè è talmente ovvio che non serve neppure ricordarlo: il business si muove con le regole della domanda, guidandola e sollecitandola anche con manovre poco trasparenti. E su questo nulla da dire. Almeno non qui.
Ma amo del calcio l'onda che travolge all'unisono persone che non si conoscono, l'abbandono in una fede laica e giocosa, il senso di solidarietà e di complicità che attraversa anche tifosi di squadre diverse che si ritrovano uniti dallo stesso tipo di sofferenze o di assurdi rituali scaramantici.
Il calcio dà un colore sornione agli aspetti più impettiti e compiaciuti delle nostre vite, disvela le nostre debolezze e ci consente di guardarle da fuori con un misto di autocompiacimento e autocommiserazione. Il calcio è uno dei tanti - orami non più così tanti - linguaggi che avvicinano gli sconosciuti, rompono le diffidenze, riscaldano gli animi e mettono un poderoso limite ai nostri deliri di onnipotenza.
Ci sono gioie speciali riservate a chi ama il calcio, così come sofferenze e dolori inspiegabili e incomprensibili all'esterno. Gioie e sofferenze che possiamo vivere stringendo idealmente la mano di persone che non conosciamo, guardandole da lontanissimo in uno stadio strapieno, o sentendone distintamente l'emozione, anche senza vederle, semplicemente rimanendo seduti di fronte al nostro schermo.
E noi lo sappiamo, che, anche di fronte alle delusioni più bollenti, quelle che si reiterno, per esempio, a distanza di 34 anni nello stesso identico modo, c'è sempre, in fondo ai nostri cuori stupidi, una voce che ci dice che sì, stavolta non è andata, ma ci sarà una prossima volta.
Ci sarà sempre una prossima volta.
Tutte le immagini sono di mia proprietà. Talune sono evidentemente fotoritoccate con un programma di disegno. Fotoritoccate da me, ovviamente :)